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BERNA
06.11.2019 - 11:360

Swisscoy ha vent'anni: dubbi sul prolungamento della missione

Le condizioni di sicurezza del paese, allora appena uscito dalla guerra civile, sono nel frattempo migliorate

BERNA - Negli ultimi vent'anni, 650 donne e 8500 uomini hanno prestato servizio per Swisscoy in Kosovo. Le condizioni di sicurezza del paese, allora appena uscito dalla guerra civile, sono nel frattempo migliorate e ci si interroga sull'opportunità di prolungare la missione.

La fine del conflitto - Il 23 giugno 1999 - due settimane dopo la fine della guerra tra Serbia e Kosovo che provocò 12'000 morti e 800'000 rifugiati - il Consiglio federale decise di partecipare militarmente con un contingente svizzero alla missione internazionale "Mission Kosovo Force" (Kfor) guidata dalla NATO. Quale base giuridica fu invocata la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

I primi svizzeri - I primi 160 soldati svizzeri di Swisscoy iniziarono il loro lavoro in Kosovo nell'ottobre di quell'anno. Erano disarmati e la loro protezione era garantita dai colleghi austriaci e tedeschi. Il loro compito era di sostenere le altre truppe Kfor nella costruzione, nella manutenzione degli accampamenti e nella depurazione dell'acqua potabile, ma collaborarono anche alla costruzione di strade, edifici e opere di ingegneria civile.

Il contingente di fanteria - Solo nel 2002, dopo una modifica della legge militare, venne dispiegato in Kosovo un primo contingente di fanteria armato, che partecipò ad interventi di pattugliamento, sorveglianza dei convogli e messa in sicurezza. Fu ritirato dieci anni più tardi e da allora Swisscoy si è concentrata sempre più su operazioni di monitoraggio, trasporto di materiale e sminamento.

Missione sempre meno rilevante - La missione Swisscoy - afferma Albert A. Stahel, già professore di studi strategici all'Università di Zurigo - aveva certamente senso all'inizio, quando il Kosovo si trovava in fase di ricostruzione. Ma in seguito, l'importanza della missione è andata scemando, tranne che nella regione di Mitrovica, la città del nord del Kosovo divisa in due da un ponte sul fiume Ibar, dove regnano forti tensioni tra le comunità albanofona e serba.

Oggi un simbolo - Swisscoy oggi è un simbolo di buona volontà e simpatia nei confronti del giovane stato e della grande diaspora kosovara in Svizzera.  «Ma potremmo ritirare le nostre truppe ora e dal profilo militare non succederebbe nulla». Le tensioni nel nord devono essere risolte a livello politico tra Kosovo e Serbia.

Stahel dubita poi che i soldati di Swisscoy siano «gli occhi e le orecchie» della Kfor. La NATO, afferma, dispone di mezzi di monitoraggio propri e non dipende certamente dalla Svizzera. Per Stahel sarebbe invece necessaria una maggiore presenza sul terreno dei servizi segreti elvetici: le informazioni provenienti dal Kosovo, sostiene, sono ancora importanti per la Confederazione.

Unica esperienza all'estero - Per Bruno Lezzi, storico ed ex docente dell'Istituto di scienze politiche dell'Università di Zurigo, la missione in Kosovo rimane per ora l'unica occasione per i soldati svizzeri di fare esperienza in una forza internazionale. «Abbiamo bisogno di questo intervento per mantenere i rapporti di cooperazione militare». La situazione nei Balcani, afferma, è apparentemente tranquilla, ma il potenziale per nuovi scontri rimane. Per la NATO, inoltre, la missione Kfor continua ad essere importante, «altrimenti si sarebbe ritirata molto tempo fa».

Swisscoy svolge il compito assegnatogli nell'ambito del piano operativo. I soldati di milizia svizzeri, secondo Lezzi, sono più idonei per questo ruolo rispetto a forze armate professioniste di altri paesi, perché "abbiamo molta più comprensione" e "abbiamo un atteggiamento diverso nei confronti dei civili".

Il Parlamento deciderà probabilmente l'anno prossimo se prorogare o no la missione Swisscoy. Secondo il Dipartimento federale della difesa, la ministra Viola Amherd presenterà il suo messaggio al governo verso la fine dell'anno e le Camere se ne occuperanno nelle sessioni in programma in primavera e estate. Sulla necessità di prolungare l'intervento in Kosovo le resistenze non mancano: i Verdi sono in linea di principio contrari alle missioni militari all'estero, mentre l'UDC giudica non più giustificati i costi dell'operazione.

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