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Il penitenziario di Bostadel, in cui è internato Vogt
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23.10.2019 - 15:590

Violentò donne e bambini, ora chiede il suicidio assistito

Negli anni '70 e '80 Peter Vogt ha violentato oltre una decina di donne e bambini. Ora vorrebbe farla finita, ma sul caso si stanno chinando le autorità

BERNA - Ha diritto al suicidio assistito un uomo condannato all'internamento a vita in quanto stupratore seriale di donne e bambini? È l'interrogativo a cui le autorità sono chiamate a rispondere nel caso del 68enne Peter Vogt, che si trova dietro le sbarre e che vuole mettere fine alle sue sofferenze ricorrendo ad Exit.

«Anche se è comprensibile il desiderio di vedere espiata la colpa, in particolare per delitti così gravi, secondo la moderna concezione del diritto penale anche gli assassini e i pedofili hanno diritto al rispetto dei loro diritti fondamentali», afferma Barbara Rohner in un'intervista pubblicata oggi da Der Bund. La giurista presiede il gruppo di esperti chiamato a stilare una presa di posizione sul tema per la Conferenza dei direttori cantonali di giustizia e polizia (CDCGP): documento richiesto proprio in seguito all'istanza presentata da Vogt. Sul caso concreto Rohner peraltro non si esprime.

La vicenda, una prima in Svizzera, è stata anche al centro di una recente puntata di Rundschau, il settimanale di approfondimento della televisione SRF. Negli anni 70 e 80 - ricorda la testata giornalistica - Vogt ha violentato oltre una decina di donne e bambini. Condannato, ha subito per quattro volte la misura dell'internamento. Ora si trova nel penitenziario Bostadel nel canton Zugo: respira a fatica (sostiene di avere una malattia ai polmoni), si muove con una stampella e deve ingerire 17 pillole al giorno.

«Se vuole morire deve essere aiutato» - «L'espiazione della pena è già passata», afferma l'avvocato Roger Lerf, che cura gli interessi di Vogt, in dichiarazioni rilasciate a SRF. «Un internato ha gli stessi diritti di chiunque si trovi fuori dal carcere: non è in grado di buttarsi sotto un treno, ma dispone chiaramente degli stessi diritti fondamentali». Se vuole abbandonare l'esistenza deve quindi essere aiutato, argomenta il legale.

Vogt sostiene fra l'altro di non costituire più un pericolo per la società, perché ormai - così dice nello stesso servizio televisivo - si trova su un livello emozionale completamente diverso che in passato. La commissione che deve decidere sulla sua pericolosità è invece giunta alla conclusione che il detenuto minimizza i suoi atti e che non prova alcuna empatia per le vittime dei suoi reati. Nonostante l'età e problemi di salute secondo i commissari potrebbe tornare a colpire ancora: rimane quindi pericoloso.

Vogt vive attualmente in una cella di 8,7 metri quadrati. «Non è vita», afferma. Per ricevere aiuto al suicidio da un'organizzazione come Exit l'uomo deve peraltro dimostrare di soffrire di una malattia incurabile. L'interessato è convinto di adempiere al requisito: «primo non ho voglia di morire piano piano asfissiato e secondariamente mi è stato diagnosticato dagli esperti un disturbo della personalità che non può essere curato con una terapia».

Territorio inesplorato - Si tratta del primo detenuto che si è rivolto a Exit, spiega (sempre a SRF) Jürg Wiler, portavoce dell'organizzazione. «Stiamo analizzando in dettaglio la situazione e ci prendiamo il tempo necessario per farlo. Siamo coscienti del fatto che ci muoviamo in un territorio inesplorato», aggiunge.

Il caso solleva anche interrogativi riguardo al senso che hanno la sanzione e la prigione, nell'ottica della società e delle vittime. Secondo Laszlo Polgar, responsabile dell'ufficio dell'esecuzione delle pene del canton Berna (competente per Vogt), non è accettabile che un condannato magari dopo un anno che sta scontando una pena, decida di farla finita. «Questo non è possibile, perché bisogna tenere conto dell'idea di espiazione della società», osserva.

In Europa vi è stato finora solo un caso analogo, quello di un assassino e criminale sessuale 52enne belga che quattro anni or sono voleva morire, aiutato dai medici, per mettere fine al suo dolore psichico. «Cosa devo fare? Devo rimanere qui dentro finché ammuffisco?», affermava l'uomo, Frank Van den Bleeken. «Sono un essere un umano e qualunque cosa abbia fatto rimango un essere umano», aggiungeva. La giustizia belga gli ha dato ragione: ha diritto a morire. Alla fine però l'interessato ha rinunciato a compiere il passo fatale.

E se le autorità alla fine dovessero negare la richiesta? «Vogt rifletterà se togliersi la vita a modo suo, come fanno tanti altri», risponde l'avvocato Lerf.
 
 

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