Keystone - foto d'archivio
VALLESE
13.08.2019 - 14:450

Il permafrost del Cervino è sotto controllo

Il progetto PermaSense è stato lanciato nel 2009: sono presenti ben 17 sensori di diverso tipo sparsi in 29 luoghi a oltre 3500 metri di altitudine

ZERMATT - Da dieci anni alcuni sensori misurano l'evoluzione del permafrost sulla cresta dell'Hörnli, sul lato nord-orientale del Cervino. I dati raccolti, unici nel loro genere, potranno aiutare a prevenire catastrofi naturali.

Se fonde il permafrost - il suolo che rimane perennemente gelato - manca infatti elemento di coesione e di stabilità della roccia. Nell'estate del 2003, caratterizzata dall'ondata di caldo, circa 1500 metri cubi di roccia si erano staccati dalla cresta dell'Hörnli a causa dello scioglimento del ghiaccio nelle zone di permagelo, spiega in una nota odierna il Politecnico federale di Zurigo (ETH).

Nel 2006, per studiare i possibili legami tra cambiamenti climatici e franamenti nelle zone di permafrost, è stato lanciato il progetto PermaSense, divenuto operativo a partire dal 2009: ben 17 sensori di diverso tipo sparsi in 29 luoghi sulla via classica del Cervino, a oltre 3500 metri di altitudine, permettono di studiare l'evoluzione del permafrost sul lungo termine.

L'innovativo sistema di sonde senza fili, alimentato a energia solare, trasmette in tempo reale i dati via radio al Piccolo Cervino e poi tramite internet al centro di calcolo del Politecnico zurighese. Recentemente al sistema sono stati aggiunti sensori sismici e acustici che registrano le cadute di pietre e le frane.

Anticipare le catastrofi - L'analisi dei dati e le misurazioni permettono di ottenere un immagine abbastanza precisa dei cambiamenti nelle zone di permafrost e degli eventi che si susseguono, sostiene Jan Beute, responsabile del progetto all'ETH, citato nel comunicato. Grazie a questi sistemi è possibile rilevare la formazione di crepe - invisibili a occhio nudo - e prevenire disastri naturali, aggiunge il ricercatore, citando ad esempio la grande frana del Piz Cengalo, nei Grigioni, dell'estate 2017.

I risultati sono pubblicati sulla rivista Earth System Science Data. Al progetto collaborano anche l'Università di Basilea e altre istituzioni, tra cui il Servizio Sismico Svizzero.

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