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01.07.2019 - 11:080
Aggiornamento : 12:57

«L'immigrazione non abbassa i salari»

È quanto emerge dal 15° rapporto della Segreteria di Stato dell'economia (SECO) sulle ripercussioni dell'accordo sulla libera circolazione delle persone

BERNA - Negli ultimi anni l'immigrazione dagli Stati UE/AELS non ha esercitato una pressione salariale significativa sulla popolazione elvetica. È quanto emerge dal 15esimo rapporto della Segreteria di Stato dell'economia (SECO) sulle ripercussioni dell'accordo sulla libera circolazione delle persone.

Lo studio, presentato oggi ai media a Berna, esamina l'impatto dell'intesa sul mercato del lavoro e sulle assicurazioni sociali in Svizzera. Le misure di accompagnamento hanno dato il loro fondamentale contributo alla protezione degli stipendi, ha affermato in conferenza stampa Marie-Gabrielle Ineichen-Fleisch, direttrice della SECO.

La crescita dei salari è stata equilibrata, indica il documento. Tra il 2002 e il 2016 il tasso medio di progressione per i residenti permanenti è stato dell'1,1%, contro l'1,2% sul totale della popolazione attiva.

Le differenze di stipendio tra dimoranti temporanei e residenti fissi, sia positive sia negative, possono essere spiegate da fattori quali ad esempio l'età, la formazione, la professione esercitata e il settore d'attività. Nel periodo 2010-18, il livello salariale delle persone entrate nella Confederazione per effetto della libera circolazione è risultato in media inferiore dello 0,4% a quello di chi occupava posti analoghi prima dell'entrata in vigore dell'accordo.

I cittadini del nord Europa e dell'Europa occidentale, riuniti in un'unica categoria, percepiscono una remunerazione superiore (+2%) ai residenti. Diverso il discorso per chi arriva dal sud del Continente (-4,3%) o dall'est (-5,9%).

Uno scarto «inspiegabile» in Ticino - Per quanto riguarda i frontalieri, la discrepanza a livello di busta paga che la SECO definisce «inspiegabile» è salita dal -3,3% del 2002 al -4,5% del 2016. Si tratta di circa la metà dello scarto registrato (-9,2%): il resto è motivato da caratteristiche personali, dalla funzione ricoperta o dall'azienda stessa.

In Ticino, ha messo in evidenza il responsabile della Direzione del lavoro della SECO Boris Zürcher, lo scarto inspiegabile è il più marcato in assoluto (-8%). Ciò è dovuto «alla situazione particolare» del cantone italofono, si legge nel rapporto. I lavoratori che attraversano il confine costituiscono il 27,5% del totale (+4,6% rispetto al 2010). Nonostante l'aumento dei frontalieri, non è stato identificato alcun effetto negativo sui salari dei ticinesi.

Saldo stabile - L'anno scorso, il saldo migratorio dei cittadini provenienti dall'Unione europea e dall'Associazione europea di libero scambio (AELS) - che comprende, oltre alla Svizzera, Islanda, Liechtenstein e Norvegia - è stato di 31'200 persone, un dato stabile rispetto al 2017. Contando anche i Paesi terzi, il saldo è di 54'600 unità. La quota di immigrati in confronto all'insieme della manodopera elvetica è del 32%, più bassa, in Europa, solo di quella del Lussemburgo.

Il saldo migratorio è restato relativamente contenuto a causa della moderata domanda di manodopera in Svizzera e del miglioramento della situazione del mercato del lavoro nella zona UE/AELS, ha illustrato Zürcher. Il trend si sta confermando anche nei primi mesi del 2019, ha poi aggiunto, in cui «non è stata osservata una forte crescita dell'immigrazione netta».

Zürcher ha elogiato la libera circolazione: «Il potenziale della manodopera nazionale viene sfruttato sempre meglio, l'arrivo di lavoratori segue le esigenze della nostra economia, è complementare e non sostitutivo». Ciò è confermato dall'alto tasso di occupazione delle persone giunte dall'Ue, l'87,3% nel 2018. Una quota più elevata della media elvetica (84,2%) e di quella relativa ai cittadini svizzeri (84,6%). «L'interazione tra bisogni e immigrazione è simbiotica», ha dal canto suo fatto notare Roland Müller, direttore dell'Unione svizzera degli imprenditori, secondo cui «il sistema funziona bene».

Nessun effetto di esclusione - L'andamento del tasso d'impiego e delle percentuali di disoccupazione - restate basse per gli svizzeri, ma più elevate della media per gli stranieri - non lasciano intravedere alcun effetto di esclusione dal mercato. Inoltre, l'immigrazione è caratterizzata da una popolazione attiva piuttosto giovane, che rallenta l'invecchiamento della manodopera. L'incremento dei minori di 19 anni in futuro non terrà il passo con quello dei pensionati, pertanto «l'immigrazione è importante anche per non far gravare il peso delle rendite su troppe poche spalle», ha detto Müller.

Alcuni effetti negativi della libera circolazione sono stati portati a galla da Daniel Lampart, capo economista dell'Unione sindacale svizzera (USS). In particolare, essa può favorire due forme di impiego potenzialmente a rischio precariato: il distaccamento di forza lavoro dall'estero e il lavoro interinale.

Rafforzare misure accompagnamento - Nonostante ciò, il giudizio complessivo dei presenti è stato unanime: l'immigrazione legata alla libera circolazione è indispensabile per la Svizzera, così come lo sono le misure d'accompagnamento per prevenirne le conseguenze negative. In vista dell'accordo quadro con Bruxelles, tali misure "devono essere rafforzate", si è detto convinto Lampart, ribadendo che l'intesa con l'Ue dovrà garantire una protezione dei salari.

Tutti concordi anche sul no all'iniziativa popolare denominata "Per un'immigrazione moderata (Iniziativa per la limitazione)" dell'UDC. "Rimetterebbe in questione tutta la via bilaterale", ha detto Lampart, mentre per Ineichen-Fleisch comporterebbe un salto nel vuoto.

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