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VAUD
27.05.2019 - 15:280

Dramma familiare a Saint-Légier, si apre il processo

La vittima minacciava regolarmente di escludere dal testamento e di tagliare i fondi al marito squattrinato e alla figlia unica, che dipendeva da lei finanziariamente

LOSANNA - Un uomo di 81 anni è processato da oggi a Vevey con l'accusa di aver assassinato la moglie nel dicembre 2016 nell'appartamento in cui due vivevano a Saint-Légier, località attigua alla cittadina vodese, con l'aiuto della loro unica figlia, anche lei seduta al banco degli imputati. Il processo continuerà domani e mercoledì. La sentenza sarà resa nota il 6 giugno.

Secondo l'atto d'accusa, l'anziano vodese ha ucciso la moglie di 70 anni con una chiave per smontare le ruote d'auto nella notte tra l'11 e il 12 dicembre 2016. Secondo quanto è emerso dall'inchiesta, la figlia non si sarebbe "accontentata" di aiutare il padre a sbarazzarsi del cadavere e a simulare un suicidio, come aveva sostenuto dopo l'arresto, ma avrebbe partecipato attivamente all'attuazione del crimine.

Il Tribunale criminale dell'Est vodese giudica padre e figlia principalmente per assassinio e turbamento della pace dei morti. Per il primo reato il codice penale prevede una pena che va da un minimo di dieci anni al carcere a vita.

La vittima era unica proprietaria dell'alloggio della coppia. Il suo patrimonio superava i 900'000 franchi. Secondo l'atto d'accusa minacciava regolarmente di escludere dal testamento e di tagliare i fondi al marito squattrinato e alla figlia unica, che dipendeva da lei finanziariamente.

La notte della sua morte, dopo aver bevuto molto alcol avrebbe reiterato la minaccia in una ennesima lite famigliare. Il marito e la figlia l'avrebbero allora colpita ripetutamente alla testa e l'avrebbero trascinata insanguinata sul balcone, dove l'avrebbero legata in posizione fetale e l'avrebbero infilata in un sacco per l'erba. Poi l'avrebbero gettata in un serbatoio per l'acqua dove sarebbe morta.

L'indomani, il marito ha ripulito la scena del delitto, aiutato dalla figlia. I due hanno aspettato la sera del 16 dicembre 2016 per gettare il contenitore in un dirupo boscoso e isolato, probabilmente individuato su internet, nella zona dei Monts-de-Corsier (VD), situati tra Vevey e Châtel-St-Denis (FR).

Il 17, padre e figlia hanno inscenato il suicidio della settantenne, scrivendo una lettera d'addio e abbandonando la sua automobile a Chessel (VD), località sulle rive del Rodano situata al confine con il canton Vallese, poco prima dello sbocco del fiume nel lago Lemano. La sera stessa ne hanno annunciato la scomparsa alla gendarmeria di Rennaz (VD), a pochi chilometri da Chessel. La vettura è stata localizzata tre giorni più tardi, ma della vittima nessuna traccia.

Il suo cadavere è stato trovato in stato di decomposizione avanzata cinque mesi più tardi, nell'aprile 2017, da un escursionista. Il marito ha confessato il crimine pochi giorni dopo. Successivamente è stata arrestata anche la figlia. Questa ha contestato la sua partecipazione all'omicidio. Nel corso di un interrogatorio ha ammesso soltanto che il padre l'aveva informata di aver compiuto il delitto e di averlo aiutato a occultare il cadavere.

Le dichiarazioni in tribunale - Oggi in aula la donna ha descritto la doppia faccia della madre, «affettuosa e sorridente all'esterno e l'esatto opposto a casa»: «Per tutta la mia infanzia mi ha picchiata e insultata. Per questo me ne sono andata come ragazza alla pari nella Svizzera tedesca a 15 anni».

Dopo di lei è stato interrogato il padre, che ha descritto una vita di coppia arida durata quasi 50 anni: «I primi anni di matrimonio non andava troppo male, anche se mia moglie mi parlava a volte della sua infanzia e della crudeltà di suo padre», dal quale era stata a sua volta picchiata da bambina. Le cose erano poi «via via degenerate dopo la nascita della figlia: mia moglie la martirizzava senza che potessi rendermene conto».

La donna moltiplicava le crisi e le pressioni psicologiche, ha proseguito, e il suo comportamento nevrotico si è aggravato dopo il pensionamento. «Preferivo accettare la sua volontà di controllare tutto piuttosto di subire le sue crisi», ha spiegato l'imputato, aggiungendo che gli capitava di «fuggire nella natura con il cane fino a trascorrere fuori casa una parte della notte».

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