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BERNA
08.09.2017 - 12:080

L'assistenza agli estremisti «va negata»

Secondo un esperto il sistema sociale rende la Svizzera una base ideale per gli ambienti radicali

BERNA - Il sistema di assistenza sociale rende la Svizzera una base ideale per gli estremisti radicali, afferma in un'intervista alla Berner Zeitung Thomas Kessler, esperto dell'ambiente islamista e impegnato nella lotta contro la radicalizzazione. «Chi desidera ricevere i contributi deve essere obbligato a rispettare il sistema giuridico e prendere parte a programmi di istruzione e di occupazione».

Secondo Kessler, gli estremisti conoscono bene la realtà dello Stato sociale in Svizzera: «essi sono ben collegati a livello internazionale e sanno esattamente dove si possono ottenere molte risorse con poco sforzo. È il caso della Svizzera e di alcuni paesi nordici. I jihadisti abusano del sistema sociale elvetico e utilizzano il Paese come base logistica per il loro estremismo».

Una situazione che bisogna «migliorare il prima possibile», indica Kessler, consigliere per la sicurezza e lo sviluppo in Svizzera e all'estero. Il 58enne, che negli anni Ottanta era granconsigliere verde a Zurigo, sta attualmente lavorando al piano d'azione nazionale contro la radicalizzazione.

«Gli islamisti temono la perdita dell'assistenza sociale più delle pene detentive. Dobbiamo iniziare da qui», rileva Kessler, sottolineando che «per chi non desidera o non vuole impegnarsi a integrarsi, è sufficiente l'aiuto di emergenza».

«I paesi d'origine si rifiutano? La Svizzera reagisca» - L'esperto critica anche la politica estera dettata dalla Confederazione: «Se i Paesi di origine rifiutano di riprendere gli estremisti condannati, la Svizzera dovrebbe reagire. Ad esempio adottare misure di politica economica o riesaminare i fondi per i Paesi che non collaborano». L'obiettivo è la cooperazione attiva, non l'ostruzione. «Non dobbiamo permettere che le regole del gioco vengano imposte, dobbiamo definirle noi stessi», afferma lo specialista.

I Paesi europei sono sempre più esposti alle minacce islamiste. Anche se la Svizzera attualmente si trova «in una posizione unica e confortevole per quanto riguarda la sicurezza», sta agendo troppo «lentamente» per contrastare questo pericolo.

La Francia ha dovuto agire rapidamente in seguito a ciò che è accaduto, richiedendo lo stato di emergenza e limitando le libertà pubbliche. «Noi abbiamo la possibilità di trovare una soluzione equilibrata che soddisfi sia la necessità di sicurezza sia lo Stato di diritto», dice Kessler.

«Se gli indizi sono provati e si stabilisce che qualcuno è coinvolto in un'organizzazione terroristica e la supporta finanziariamente o attraverso azioni concrete, il carcere preventivo può essere una misura ragionevole», ritiene l'esperto.

«La libertà di espressione è una grande libertà» - È invece contrario a procedere legalmente nei confronti di chi esprime giudizi positivi nei confronti del sedicente Stato islamico (Isis): «la libertà di espressione è un grande bene nello Stato liberale e nessuno può essere punito per la sua pura convinzione».

Kessler ritiene inoltre che le risorse destinate alla sicurezza siano da investire in maniera più elevata nel settore tecnologico, ovvero dove risiedono i rischi più grandi. «La Confederazione e la polizia usano solo poche decine di specialisti informatici per difendersi dagli attacchi digitali», rileva l'esperto, che critica gli investimenti compiuti dall'esercito per il rinnovamento dei veicoli Duro - circa mezzo miliardo di franchi - definendole risorse che a livello di sicurezza non garantiscono nulla e che rientrano «nella logica della Seconda Guerra mondiale».

Kessler promuove invece investimenti nella lotta alla radicalizzazione attraverso la prevenzione e la cooperazione tra le parti coinvolte, tra cui rientra anche la collaborazione tra Confederazione e Cantoni.

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