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L’OSPITE - ARNO ROSSINI
30.09.2020 - 07:000
Aggiornamento : 13:33

Coronavirus devastante ma… «Sapete quanti giocatori di Super sono in Nazionale?»

«Ci sono meno soldi? Si deve fare di necessità virtù: fine degli acquisti tanto per fare e più minuti per i giovani».

Arno Rossini: «Davanti ai grossi problemi i club di hockey mi paiono riuscire a compattarsi».

LUGANO - I campionati sono ricominciati o stanno per farlo, parlare di normalità è in ogni caso fuori luogo: oltre che da passione ed emozioni, i mesi che ci porteranno da qui all’estate saranno infatti accompagnati pure dalla paura. Paura che palline, palloni, dischi o quant’altro debbano nuovamente fermarsi. Paura che il rischio per la salute pubblica torni a essere elevato. Con la sua freschezza e potente leggerezza lo sport ha sempre saputo - in passato - allontanare le nerissime nubi portate dalla quotidianità. Ora però è dura…

«Lo sport dà e darà sempre l’impressione di vivere la normalità - ha sottolineato Arno Rossini - in questo momento non può che farci bene. È una bella boccata d’ossigeno». 

Ma sarà sport vero? Gli appassionati lo attendevano con impazienza, gli altri però sono - giustamente - al momento distratti da altro.
«Io sono convinto che, una volta a pieno ritmo, che si tratti di hockey, calcio o altro, i campionati saranno coinvolgenti. E non entusiasmeranno solo i tifosi “malati” ma anche quelli che fino a poco tempo fa seguivano distrattamente. Proprio per il fatto che rappresenterà una piccola certezza, lo sport coinvolgerà tutti quelli che andranno in cerca di normalità».

Il punto di vista degli atleti, invece, quale sarà? In fondo ci si muove tra mille incertezze…
«I prossimi mesi saranno estremamente duri. Anzi, il prossimo futuro sarà estremamente duro. Perché non dobbiamo illuderci che tutto finirà a breve. Anche si dovesse riuscire a contrastare con efficacia il coronavirus con un vaccino o delle cure, poi serviranno mesi, anni per tornare ai numeri pre crisi. Il peggio, per le finanze dei club, deve ancora arrivare. Sarà devastante».

Già quest’anno sarà difficile per molti.
«E qualcosa “da parte” - diciamo così - le società lo avevano messo nel recente passato. A inizio della stagione 2020/21 invece le casse saranno vuote. E i programmi complicati da immaginare». 

In questo senso la scelta della Lega di hockey di stoppare le retrocessione è dunque stata intelligente?
«Estremamente intelligente, così facendo si va incontro alle società meno ricche, levando loro il pensiero dell’eventuale perdita di categoria. Non è poco». 

Se è tanto sensata, perché allora altre leghe non hanno fatto lo stesso. Pensiamo al calcio per esempio.
«Dell’hockey sono tifoso, non profondo conoscitore. Dall’esterno posso dire che, pur dandosi battaglia e a volte scontrandosi duramente anche fuori dal ghiaccio, davanti ai grossi problemi i club mi paiono riuscire a compattarsi. Mi sembra ci sia maggior collaborazione rispetto al calcio. E la crisi portata dal covid è ovviamente un grosso problema. La retrocessione dalla National League, poi, è meno probabile rispetto al pallone. E c’è anche altro…».

Interessi?
«A differenza di quella dell’hockey, la Federazione che gestisce il nostro calcio ha poca indipendenza. Quasi nulla. Dei cambiamenti possono essere fatti, certo, ma c’è sempre la UEFA da ascoltare e accontentare. Date da rispettare, regole alle quali sottostare… ricordate cosa accadde con il Belgio che, primo tra tutti, in primavera fermò il campionato, lo chiuse anticipatamente? A Nyon fecero ostruzionismo. Anche per questo in nessuno dei grandi campionati il “blocchiamo le retrocessioni” è stato preso in considerazione».

Sarebbe servito?
«Parlo per la Svizzera: sarebbe stato utilissimo. Invece abbiamo perso un’altra occasione. Lasciamo stare i grandi club; quelli che devono risparmiare su tutto, guardare anche i centesimi per far quadrare i conti, si sarebbero appunto mossi con maggiore tranquillità. E poi una decisione del genere, magari legata a un allargamento della massima serie che avrebbe potuto accogliere le due migliori di Challenge, sarebbe servita pure a livello di sviluppo».

Ovvero?
«Ci sono meno soldi? Si deve fare di necessità virtù? Perfetto: fine degli acquisti tanto per far numero e più minuti per i giovani. Sapete quanti giocatori di Super League vestono la maglia della Nazionale?».

Uno?
«Esatto, Silvan Widmer. Con le casse vuote ma senza temere la discesa in Challenge League, molte società avrebbero potuto puntare sui prodotti del vivaio».

Il Guidotti di turno?
«Per certi versi lui è già “arrivato” ma sì: come esempio ci può stare. Un giovane in una stagione da titolare ha la possibilità di fare esperienza, crescere esponenzialmente e dimostrare il suo vero valore. Sono certo che basterebbe un anno per “trovare” almeno due o tre ragazzi pronti per la selezione di Petkovic. Il tutto senza che le società si debbano preoccupare di un eventuale ultimo posto in classifica. I nostri talenti invece non hanno occasione di mettersi in mostra e rischiano di perdere il treno. È un peccato».

Il treno va preso al volo però…
«Non sono d’accordo. Credo che uno debba avere più di una possibilità per dimostrare quanto vale. Vi faccio un esempio. Sapete da dove è partito Kubi?».

Dal Semine.
«Era lì a 14-15 anni. La sua carriera era praticamente finita ancora prima di cominciare. Invece gli è stata data una seconda chance e l’ha sfruttata. E poi sappiamo tutti quel che è riuscito a combinare...».

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