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L'OSPITE – ARNO ROSSINI
19.12.2018 - 07:000
Aggiornamento : 21:08

Lo Special Once allenatore per ricchi: «Motivatore fenomenale. Il gioco? Mah...»

Lo si ama per un po' e poi (forse) lo si odia. Se non vince subito diventa scomodo. Arno Rossini ha analizzato l'esonero di José Mourinho

MANCHESTER (GBR) - Non solo Champions, campionati e coppette varie, non solo cori (a favore) e grandi applausi: in carriera José Mourinho è stato anche costretto a masticare amaro. Il divorzio con il Real, quello con il Chelsea... il portoghese ha avuto pure giornate nere. Ieri è stata una di quelle. Ieri, quando lo hanno cacciato dallo United. A dire il vero l'esonero non è stato un fulmine a ciel sereno. Una pessima prima parte di campionato (la peggiore della storia per i Red Devils) e i rapporti tesi all'interno dello spogliatoio avevano infatti già fatto piovere grandi critiche sul lusitano, che da tempo annusava l'odore del cambio. Ora in panca, all'Old Trafford, siederà per qualche giorno Michael Carrick, che scalderà il posto probabilmente al traghettatore Ole Gunnar Solskjaer. In attesa dell'estate e di un nuovo big.

«Credo che l'esonero fosse a questo punto inevitabile – è intervenuto Arno Rossini – insomma... ha fallito. In campionato il Manchester è a 19 punti dal Liverpool, in Champions ha passato il turno senza entusiasmare, non ha un gioco, lo spogliatoio è caldissimo...».

I sempre perfidi tabloid d'oltre Manica hanno cambiato il soprannome di Mourinho da Special One a Special Once. Da “lo speciale” a “una volta speciale”.
«Allo United in due anni e mezzo ha fatto un mini triplete, chiamiamolo così (nel 2016/17 ha vinto Community Shield, Coppa di Lega ed Europa League); in Premier ha però ottenuto solo un sesto e un secondo posto. Pochino per un club ricco e che vuole primeggiare. Oltre che per i risultati, Mourinho è in ogni caso stato allontanato per il clima che ha contribuito a creare nello spogliatoio. Il caso Pogba, la gestione dei rapporti... non so in quanti lo amassero ancora».

José non è mai rimasto a lungo in un club. La sensazione è che i suoi metodi non vadano bene sul lungo periodo.
«Spreme molto i suoi giocatori. Li spinge, li sprona... questo atteggiamento può essere vincente nell'immediato o sul corto periodo. Alla lunga diventa però pesante da sopportare».

Il lusitano non ha mai fatto molto per nascondere la sua arroganza. Che però molte volte ha fatto rima con successo.
«È pieno di sé, è vero. Quando arriva in una nuova società è preceduto dalla sua fama. È un vincente e i ragazzi spesso pendono dalle sue labbra. Stagione dopo stagione è tuttavia difficile ottenere sempre più del massimo dalla rosa a tua disposizione. Finché i risultati sono dalla tua parte in pochi comunque si ribellano. Quando però anche i numeri sono negativi...».

Di Mourinho si è spesso detto che è bravissimo a far dare tutto ai calciatori.
«A livello mentale, come motivatore, è fenomenale».

Anche a livello tattico e tecnico è grande: in fondo se è arrivato a tanti trofei...
«In questo caso non sono d'accordo. I suoi marchi di fabbrica sono comportamento e atteggiamento. Si apprezza come conduce un gruppo, non certo per lo stile di gioco che riesce a dare. Quello mah... Le sue squadre pensano a rompere quello che fa l'avversario di turno e vivono delle invenzioni dei singoli. Non hanno una fase di costruzione o schemi d'attacco particolarmente efficaci o fantasiosi. Non è Guardiola o Ancelotti o Sarri o Favre. E poi...».

E poi?
«Ditemi un giovane esploso e poi affermatosi sotto la guida del portoghese. Mourinho è un allenatore da prodotto formato. Da calciatore già affermato, non da formare».

Visto che frequenta solo grandi club, ha senso.
«È un tecnico per ricchi».

Che continuerà dove la sua carriera? Di società grandi nelle quali non ha già lavorato o con le quali non ha litigato non ce ne sono molte. Il Bayern forse...
«Lavorare con Rumenigge e con i tedeschi? Non credo proprio. Forse più il PSG. Anche se, forse anche per staccare un po' dal lavoro quotidiano, potrebbe pensare a una nazionale».

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