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Ospite
05.03.2021 - 09:320

Gobbi vuole fare come in Italia, anzi no!

di Giuseppe Sergi

Ci pare di sentirle ancora le dichiarazioni di Gobbi dei giorni scorsi che, a nome del governo cantonale, sosteneva la necessità di accelerare la riapertura di tutto quanto è rimasto finora prudentemente chiuso. E, tra i vari argomenti, quello sicuramente di maggior peso era la necessità di coordinarsi “con quanto fanno coloro che stanno attorno a noi”. Il riferimento, reso esplicito a più riprese, era che in particolare in Lombardia si era avviato un processo di riapertura quasi generalizzato.

Per una volta, deposto, momentaneamente, il suo congenito livore contro “i taglian” (passate alla storia della pandemia ticinese i suoi fuori onda sul tema), ecco che gli atteggiamenti lombardi diventano virtuosi e degni di essere riproposti in Ticino. La Lombardia, con le sue aperture, diventava l’esempio virtuoso da seguire. Come dire: quando fa comodo…
Poi, come ci si poteva aspettare riuscendo a vedere un po’ più in là del proprio naso e ascoltando “la scienza” non solo quando fa comodo, in Lombardia ecco ripartire i contagi (ieri oltre 5'000, che non si vedevano dalle prime settimana della seconda ondata, in novembre); gli stessi segnali, seppur ancora non così forti li abbiamo in Ticino: nessuno lo ha fatto notare naturalmente, ma nelle ultime due settimane si è assistito a un aumento del 20-30%!  E allora, il nostro eroe-montanaro cosa fa? Ritorna sul suo antico cammino e, ripetendo uno schema oramai collaudato da mesi, eccolo riproporre la tesi dell’”importazione” del contagio. Alla fine, è, ancora una volta, colpa dei “taglian” che, attraverso le frontiere mal sorvegliate (da mesi Gobbi chiede il rafforzamento del controllo alle frontiere), svolgerebbero il ruolo di untori. E con drammatica preoccupazione annuncia che già un anno fa “il virus è arrivato da sud”. Vero, come è vero che è arrivato anche da Est, da Ovest e da Nord visto che la Svizzera si trova proprio in mezzo all’Europa… 

E allora, ecco che i tanto snobbati test di massa si possono fare… ma solo per i frontalieri. Non passa nemmeno per la mente a Gobbi e al governo che una politica di test di massa da settimane ormai dovrebbero essere all’ordine del giorno, già organizzati e iniziati. Nel frattempo, di fronte a tanta scemenza, sembra ritrovare un po’ di smalto (si fa per dire…) il medico cantonale che, realisticamente, ricorda che quanto succede in Lombardia non fa che anticipare di qualche giorno quanto potrebbe succedere da  noi. E che bisognerebbe sfruttare qualche giorno di vantaggio che abbiamo per mettere in atto “misure sensate”.

Non sappiamo cosa intenda con questa espressione, ma ci sembra evidente che in questo contesto le aperture generalizzate di punti di incontro come i centri commerciali sia stata una minchiata solenne, ahinoi salutata con grande gioia dal governo, dal padronato, e da tutta la cricca da sempre antilokdown, da TeleticinoKabul al Corriere del Ticino. Altro che misura sensata! Sensato sarebbe invece, e di corsa, avviare una      campagna di test di massa (e non solo come ci si ostina a fare in presenza di un focolaio) che coinvolgano i luoghi di aggregazione: dai luoghi di lavoro alle scuole; oltre a rimettere in discussione alcune aperture recenti come quelle dei centri commerciali (per dirne una). Naturalmente su tutto questo pesa il ritardo della campagna di vaccinazione. E i difensori del capitalismo reale (tra i quali, con sfumature diverse, militano i membri del governo) non possono certo cavarsela sostenendo che la colpa è di chi fornisce pochi vaccini. In questa scarsità di produzione e di rifornimenti altro non vi è che il tarlo del capitalismo: la sottomissione di tutto, a cominciare dalla salute degli esseri umani, alla logica del profitto. Mai, negli ultimi decenni, le cose sono state così evidenti! 


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