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16.05.2020 - 16:260

L’esercito combatte il Coronavirus?

Giacomo Schmitt, membro della Gioventù Comunista

Con la crisi sanitaria Covid-19 si è assistito ad un’enorme mobilitazione militare i cui quantitativi non si vedevano dai tempi della seconda Guerra mondiale. L’esercito svizzero ha infatti convocato ben 5’000 soldati, mettendoli al servizio contro la pandemia. Una grande cifra che ha trovato terreno fertile fra i media, i quali l’hanno celebrata alimentando il consenso per l’esercito. Quest’ultimo è stato di fatto descritto come sostegno determinante per la popolazione e quindi come perno indispensabile in caso di emergenza in ambito anche non militare. Tutto ciò, oscurando il ricordo concreto di un esercito più che altro solito a sparare e a esaurire con pratiche poco utili il budget assegnatogli dalla Confederazione, ossia i soldi pubblici.

Sebbene sia largamente apprezzato lo sforzo di ogni soldato – così come di ogni astretto al Servizio Civile e di ogni milite della Protezione Civile – in questo periodo di crisi, ciò non deve sfociare in ciechi apprezzamenti per una struttura – appunto l’esercito – il cui compito non è prioritariamente quello sanitario. Oltre a mostrare gratitudine per i coscritti, è bene riconoscere anche come l’operato dell’esercito in sé abbia presentato lacune nell’affrontare questa crisi sanitaria. Questo è infatti quanto riportano le testimonianze di alcuni militi di servizio in vari ospedali sul territorio elvetico.

Un esempio è la vicenda riportata da Woz.ch, in cui un soldato convocato d’urgenza per prestare servizio a Frauenfeld ha dovuto trascorrere due settimane in caserma senza compiti, per poi giungere all’ospedale della città e trovare il personale medico stupito dell’arrivo delle truppe: per i militi c’era poco da fare. I soldati possono infatti svolgere la maggior parte delle misurazioni ai pazienti solo alla presenza del personale sanitario. In tal senso, si ricordi che il 90% dei soldati sanitari non lavora in campo medico!

Un altro caso simile è narrato dalla testimonianza pubblicata su Letemps.ch, in cui si denunciano lacune di carattere organizzativo sia per quel che concerne le tempistiche, sia per quel che riguarda la scarsa preparazione ricevuta dai soldati in relazione alle mansioni di cura. Parrebbe poi che nel Canton Giura buona parte del personale sanitario di un ospedale sia stato mandato a casa a seguito dell’arrivo delle truppe. Il personale ha così accumulato ore di lavoro negative che dovrà recuperare. La scelta di sostituire dei lavoratori con esperienza con dei soldati di leva poco formati è decisamente incomprensibile e sembra essere utilizzata come escamotage per mettere ulteriore pressione ai lavoratori!

Oltre alla limitata preparazione sanitaria dei coscritti, si sono riscontrate lacune anche nelle attrezzature: alcune ambulanze militari risultano adatte solo alle esercitazioni, non essendo omologate al trasporto delle persone, eppure stando al portavoce dell’esercito verrebbero usate in caso di bisogno.

Queste, tuttavia, sono solo alcune testimonianze. il Gruppo per una Svizzera senza Esercito (GssE) ne ha raccolte da tutta la Confederazione, che sembrerebbero confermare un ulteriore problema dell’esercito: il mancato rispetto delle norme igieniche. In alcune caserme, stando a quanto è venuto a conoscenza il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA), non solo vi sono stati diversi casi di contagio, ma addirittura sembrerebbe che alcuni dei militi contagiati sarebbero stati ugualmente mandati a prestare servizio nelle stesse strutture sanitarie pubbliche, mettendo pertanto a rischio la salute della collettività!

Questa scarsa attenzione verso le norme preventive è confermata anche dal tasso di contagi tra le fila dell’esercito, ben superiore a quello dell’intero paese: a metà aprile esso si arrecava sull’1,72%, contro quello svizzero dello 0,33%. Nonostante la situazione controversa ed una petizione con migliaia di firme, la scuola reclute è rimasta aperta ed il governo federale ha ricominciato con i reclutamenti e non ha intenzione di sospendere la scuola reclute estiva come suggerito dal Consigliere di Stato Manuele Bertoli e dal Partito Comunista. La sospensione avrebbe forse anche permesso di gestire al meglio la questione degli esami di maturità, programmati durante il periodo della scuola reclute.

Al cospetto del Covid-19, l’esercito non si presenta pertanto come il salvatore immacolato che certi media ed i partiti borghesi vogliono mostrarci, mettendo oltretutto in ombra il lavoro compiuto sul fronte Covid, da ben prima dell’esercito, dai ragazzi che – rifiutando di indossare la mimetica e di usare un’arma – svolgono Servizio Civile da sempre in ambito sociosanitario. Alle operazioni ha preso parte anche la Protezione Civile, svolgendo varie attività. Questo corpo però per svolgere compiti relativi a questo tipo di situazioni andrebbe smilitarizzato e a quel punto valorizzato come realtà professionale.

Anche per questo la Gioventù Comunista incoraggia tutti i giovani a preferire il servizio civile a quello militare, utile alla popolazione con o senza pandemia. Il grosso risalto mediatico concesso all’operazione militare si è rivelato un modo per legittimare l’esistenza dell’esercito e del suo sostentamento economico. Infatti, sembra essercisi dimenticati che in casi di emergenza i soldati, ma anche civilisti e protezione civile, non dovrebbero essere impiegati per sostituire dei lavoratori! Le conseguenze di un lavoro non svolto da esperti del settore sanitario si sono rivelate, come precedentemente visto, tutt’altro che insignificanti. Il lavoro dei professionisti non è sostituibile, ecco perché come Gioventù Comunista vogliamo che il problema venga risolto a monte, destinando maggiori fondi al settore sanitario in modo da renderlo pubblico e accessibile a tutti, e da formare maggiore personale sanitario e abolendo il numerus clausus nelle facoltà di medicina e di cure infermieristiche!

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