Keystone
L'OSPITE
20.04.2020 - 08:500

Lockdown: adesso urge uno smart-restart

Gian-Luca Lardi, Presidente nazionale Società Svizzera Impresari Costruttori

La Svizzera è ormai da più di un mese in lockdown. Queste misure drastiche hanno permesso di sensibilizzare la popolazione in modo tale da mettere in atto misure di protezione a tappeto e senza precedenti. In questa fase la salute della popolazione ha avuto, giustamente, la priorità assoluta. Se sul lato sanitario il governo è stato colto impreparato, quest’ultimo ha agito velocemente per dare il supporto necessario a chi di questa chiusura ne porta le conseguenze economiche. Certo, anche questi aiuti non sono stati perfetti dal primo giorno e ancora oggi non considerano ogni singola caratteristica del nostro mercato del lavoro. Ritengo però che nessun altro paese europeo sia stato in grado di fare arrivare gli aiuti al destinatario in modo così efficace come lo ha fatto il governo svizzero. Adesso però dobbiamo ricordarci il vero motivo del lockdown, ossia quello di evitare il sovraccarico delle infrastrutture sanitarie. Questo obiettivo è stato raggiunto; d’ora in poi le misure sanitarie e quelle economiche devono progredire mano nella mano. In questa prossima fase i governi devono agire in modo coerente e veloce, così da non minare la propria credibilità. Serve una politica razionale, immune alle ansie e alle paure nate e coltivate nella superficialità delle reti sociali. C’è chi, potendo contare su uno stipendio garantito da un ente (para)statale, convive molto bene con la situazione attuale e non si preoccupa di quanto ancora questa si protragga. Ma il lockdown sta distruggendo l’economia privata come un uragano invisibile; ora urge dedicarsi anche a coloro che – con ogni giorno che passa – perdono via via la loro esistenza economica. In Svizzera questa chiusura causa migliaia di disoccupati ogni giorno; dietro ogni di queste esistenze si cela una potenziale tragedia economica, familiare, psichica! In ottica razionale è schizofrenico se la collettività ignora questo rischio sociale contando unicamente i casi Covid. È bene ricordarci che prima o poi la popolazione si deve immunizzare; il virus non ci abbandonerà nei prossimi mesi, ma non possiamo rinchiuderci in casa fino all’anno prossimo in attesa di un vaccino.

Nelle ultime settimane abbiamo fatto passi da gigante: abbiamo imparato a proteggerci seguendo diligentemente poche regole semplici ma efficaci, il sistema sanitario ha potenziato le proprie infrastrutture e accumulato conoscenze preziosissime. Ma soprattutto siamo in grado di definire con sufficiente chiarezza chi, in termini di mortalità, è veramente a rischio e chi invece può affrontare una quotidianità vieppiù normalizzata. Se la politica non avrà il coraggio di definire rapidamente itinerari differenziati per queste due categorie, metterà tutta la popolazione in ostaggio di chi – volens nolens – rimarrà ad alto rischio ancora per mesi. Una solidarietà funzionante non può essere unilaterale: ora le fasce a rischio devono, per il bene del paese, mostrare solidarietà verso chi il paese lo può tenere a galla. Se non ci riusciremo, ci romperemo tutti le ossa! E il conto, così come quello del nostro sistema previdenziale, lo pagheranno i nostri giovani. Sono loro a perdere per primi il posto di lavoro e saranno loro a dover pagare l’imponente fardello di debiti che la mano pubblica sta accumulando attualmente. La chiusura costa circa 7 miliardi a settimana; in tre settimane abbiamo accumulato debiti equivalenti alla costruzione di AlpTransit, il cantiere del secolo!

Parlando di solidarietà intergenerazionale, generalmente si intende la solidarietà delle generazioni attive verso le generazioni pensionate. Il coronavirus ha cambiato anche questo: ora serve la solidarietà degli anziani verso le generazioni giovani.

 

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