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L'OSPITE
02.12.2019 - 15:070

Donne e mercato del lavoro: un ponte ormai difficile da varcare

Simona Arigoni Zuercher, MPS

di Redazione

La commissione della gestione ha trovato un accordo sul salario minimo: si va da 19 a 19.50 franchi all’ora. Una forchetta che, se calcolata su un salario mensile per 13 mensilità, porta a salari minimi lordi che vanno dai 3200 ai 3250 franchi. Abbiamo già avuto modo di dire che questi salari sono tutt’altro che dignitosi e che avranno come unico effetto quello di favorire il dumping e spingere ancora più verso il basso i livelli salariali nel nostro cantone.

Ma in quanto donne, ci sembra opportuno sottolineare un altro aspetto di questa triste vicenda: saranno le lavoratrici a subire le conseguenze più nefaste di questo accordo. Donne, lo vogliamo ribadire, che ancora soffrono di discriminazioni salariali importanti e occupano gli ultimi gradini di un mondo professionale patriarcale: i peggior contratti, spesso su chiamata o comunque in percentuali ridotte, i lavori meno retribuiti, i più precari sono prerogativa delle donne.

Dignità non significa poter sopravvivere, ma significa poter avere rispetto di sé stesso e aspettarsi dagli altri di essere trattate con rispetto. In un momento storico così difficile, dal punto di vista sociale, economico e ambientale, tutti gli aspetti che possono valorizzare la condizione umana sono sempre più messi alla prova. Uno di questi aspetti è proprio la valorizzazione del lavoro, della fatica quotidiana che ogni donna deve mettere in campo per far quadrare il cerchio, per “conciliare” il lavoro domestico, a cominciare dai sacrifici personali e familiari, per poi continuare con quelli strettamente legati al lavoro salariato.

Non riusciamo a concepire come questa cifra irrisoria possa contenere il giusto valore, il giusto compenso e siamo convinte che ciò verrà comodo a chi, senza grandi patemi, crede di poter applicare il proprio codice immorale (il mio lavoro vale, il vostro no) e con questo diritto acquisito proporrà di ridurre ulteriormente ogni qualsiasi livello salariale al basso. Immaginiamoci una donna che a 50 anni viene licenziata e, trovandosi in disoccupazione, si vede costretta ad accettare un impiego che ormai “vale” solo 19.- all’ora, per un totale di 3’200.- mensili, sempre lordi. Pensiamo a quante di noi, con figli o senza, dovrà fare capo ad aiuti sociali sempre più difficili da ottenere, dopo i tagli degli ultimi anni (e parliamo di milioni) che sono serviti a riequilibrare i conti a bilancio di uno stato sempre più propenso ad accontentare ed esaudire le classi più abbienti a scapito di quel 31% a rischio povertà in Ticino. I salari mediani, nel nostro cantone, sono almeno di 1’000 franchi inferiori rispetto al resto della Svizzera, i costi della vita no. Noi donne dobbiamo pretendere di più da questa società, che continua ad utilizzare la forza patriarcale che ci vuole (per forza di cose) disponibili al lavoro di cura, di educazione, di riproduzione e di produzione. Siamo stufe di essere quelle che svolgono tutta una serie di mansioni per tenere in piedi un sistema che non ci riconosce come esseri umani ma che ci vede semplicemente come forza lavoro (pagato poco o nulla addirittura).

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