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Keystone
L'OSPITE
19.06.2019 - 09:320

Si continua a menare il can per l’aia

Lorenzo Quadri, Consigliere nazionale Lega dei Ticinesi

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La fine del mese di giugno si avvicina, e con essa il termine per il versamento annuale dei ristorni dei frontalieri al Belpaese, che ormai sono lievitati a 84 milioni di Fr.

Non ci vuole molta fantasia per immaginare che anche questa volta la maggioranza del Consiglio di Stato deciderà di versare senza un “cip”.

I ristorni dipendono dall’ormai famosa Convenzione del 1974 con il Belpaese. Sono anni che la politica cincischia su questo trattato. Senza mai venirne ad una. Al proposito, durante la sessione attualmente in corso, il Consiglio nazionale avrebbe dovuto votare una mozione di chi scrive, in cui viene di nuovo chiesta la disdetta di tale Convenzione. Ciò anche in considerazione della totale mancanza di progressi sul fronte del nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri.

L’oggetto è tuttavia stato rinviato: peccato, perché sarebbe stato interessante conoscere il voto di taluni partiti e taluni deputati prima delle elezioni federali.

Presupposti caduti - Detta Convenzione da tempo non ha più ragione di essere. I presupposti che portarono alla sua sottoscrizione sono venuti a cadere. I ristorni erano il prezzo da pagare per il riconoscimento del segreto bancario svizzero da parte dell’Italia. Ma il segreto bancario dei clienti esteri della piazza finanziaria elvetica è stato smantellato. In Ticino questo ha provocato un disastro occupazionale. Nelle banche e nelle fiduciarie sono andate perse migliaia di posti di lavoro, naturalmente senza che nessun sindacato abbia avuto da dire alcunché.

Inoltre nel 1974 non c’era la libera circolazione delle persone. Ed infatti le convenzioni sui ristorni sottoscritte dopo l’entrata in vigore degli accordi bilaterali, ad esempio quella con l’Austria, prevedono dei versamenti chiaramente inferiori rispetto al 38.8% delle imposte alla fonte dei frontalieri contemplato nel vetusto accordo con l’Italia.

Intanto il Lussemburgo… - Nel frattempo i ristorni in partenza dal Ticino sono come detto lievitati ad 84 milioni di Fr all’anno a seguito del continuo aumento dei frontalieri provocato dalla libera circolazione delle persone. La preferenza indigena light votata dal parlamento federale, come scontato, si è dimostrata del tutto inutile.

Ed inoltre, è pure il caso di ricordare che il Lussemburgo non versa ristorni alla Francia e alla Germania per i “suoi” frontalieri, poiché applica in modo restrittivo la direttiva OCSE secondo cui il reddito da lavoro viene tassato dal paese in cui viene conseguito. Non si capisce perché anche la Svizzera non dovrebbe poter fare la stessa cosa, e si ostini invece ad essere campionessa di generosità. Ovviamente senza mai venire ricambiata.

Sempre meno nuovo - Il nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri diventa nel frattempo sempre meno nuovo. Già nel 2015 la sua entrata in vigore venne indicata come imminente dall’allora ministra delle finanze, Eveline Widmer Schlumpf. Costei aveva annunciato misure unilaterali da parte svizzera nel caso l’Italia si fosse mostrata renitente. Inutile dire che di misure unilaterali non se ne sono viste.

L’accordo in questione è in effetti morto e sepolto. Nessuno dei governi italiani che si sono succeduti negli ultimi 4 anni lo ha mai voluto sottoscrivere. Perché nessuno vuole aumentare la pressione fiscale sui frontalieri. I quali sono tuttavia, allo stato attuale, dei privilegiati fiscali rispetto agli italiani che vivono e lavorano in Italia.

Lo stesso concetto – “non vogliamo aumentare le imposte ai frontalieri” – è stato di recente ribadito dal ministro dell’interno italiano Matteo Salvini.

È già estate - Ad inizio anno il capo del Dipartimento federale affari esteri, il PLR Ignazio Cassis, ha incontrato a Lugano il suo omologo italiano Moavero. Il quale ha promesso che entro la primavera il suo governo avrebbe preso posizione sull’ accordo sulla fiscalità dei frontalieri. Nel frattempo è arrivata l’ estate, ma di prese di posizione neanche l’ombra. È evidente che a questo punto gli scenari possibili sono solo due: o la Confederazione denuncia la Convenzione del 1974, oppure il governo ticinese torna a bloccare il versamento dei ristorni. In caso contrario non cambierà nulla.

 

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