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05.05.2019 - 08:140

Tante fandonie per permettere all’UE di dettarci legge

Lorenzo Quadri, Consigliere nazionale, Lega dei Ticinesi

Il 19 maggio si voterà sul diktat dell’UE che, sfruttando cinicamente il pretesto della “lotta al terrorismo“ (perché solo di pretesto si tratta) mira a disarmare i cittadini onesti.

Pur di genuflettersi davanti all’ennesima prepotenza di Bruxelles la maggioranza politica, ovvero il solito triciclo euroturbo PLR-PPD-PSS, non esita a fare strame delle nostre tradizioni, della nostra volontà popolare, delle nostre leggi, del nostro diritto delle armi: ovvero, di un sistema che funziona benissimo da oltre un secolo e mezzo.

Evidentemente, per certi politicanti, non esiste sacrificio troppo grande pur di compiacere (qualcuno direbbe: “oliare”) i burocrati di Bruxelles.

I sostenitori dell’ennesima capitolazione davanti all’Unione europea difendono il recepimento della direttiva disarmista con una lunga serie di fandonie.

    1. “Schengen è in pericolo!”. Falso. La permanenza della Svizzera all’interno dello spazio Schengen (sulla cui opportunità si potrebbe peraltro disquisire a lungo) non sarebbe affatto in discussione, anche in caso di No popolare alla direttiva UE. La permanenza della Svizzera nello spazio Schengen è una questione politica e non giuridica. In caso di divergenze su temi quali la legislazione sulle armi, come spiegava lo stesso Consiglio federale nel 2005 ai tempi della votazione popolare su Schengen, i trattati prevedono che si trovi una soluzione pragmatica per la continuazione dell’accordo. Forse che l’UE avrebbe un qualche interesse a rifiutare la ricerca di una “soluzione pragmatica” e ad espellere la Svizzera da Schengen? Rinunciando alle decine di milioni che essa paga ogni anno, ed alle informazioni che fornisce? Forse che l’UE sarebbe d’accordo di conferire al nostro paese la facoltà di reintrodurre controlli sistematici sul confine, magari in funzione antifrontalieri, per la gioia dei vicini a sud? Ma non facciamo ridere i polli!

 

  1. “L’espulsione della Svizzera da Schengen avrebbe conseguenze catastrofiche sulla sicurezza, sul turismo, e genererebbe code al confine”. Falso. A parte che, vedi al punto precedente, non ci sarà nessuna epurazione. Qualcuno farebbe bene a ricordarsi che gli accordi di Schengen sono in vigore in Svizzera dal 2008. Quindi da appena 10 anni. Non da mille. Forse che 10 anni fa il nostro Paese versava nella situazione disastrosa che adesso la maggioranza PLR-PPD-PSS paventa a scopo di lavaggio del cervello? Ma quando mai! 10 anni fa il turismo girava meglio di adesso, di frontalieri ce n’erano già troppi, eppure non si formavano code quotidiane fino a Milano. Quanto alle tanto magnificate banche dati di Schengen: la loro importanza nella lotta alla criminalità è ampiamente sopravvalutata, per evidenti fini politici. Non sono certo l’unico strumento, e nemmeno il più efficace, vista la scarsa qualità dei dati immessi da vari Paesi membri.

  2. “La direttiva UE serve a combattere il terrorismo”. Falso. La direttiva UE è del tutto inutile a tale scopo. Non c’è un solo atto di terrorismo islamico che sia stato commesso con armi legalmente dichiarate. I terroristi ed i criminali continueranno a procurarsi le armi da fuoco – quando se ne servono – sul mercato nero. Che non è toccato in nulla dal Diktat comunitario. La direttiva UE vuole, semplicemente, impedire ai cittadini onesti il possesso di armi. Disarmare i cittadini è una mossa tipica dei regimi totalitari. Come limitare la libertà d’espressione. Bruxelles fa entrambe le cose. Infatti le sue derive antidemocratiche sono evidenti.

  3. “Accettando la direttiva UE non cambia praticamente nulla”. Falso. Il Diktat UE introduce, tra l’altro, proprio quelle misure che erano state respinte in votazione popolare nel febbraio 2011, come la clausola del bisogno e l’obbligo di registrazione a posteriori. Un sì il 19 maggio permetterebbe quindi a Bruxelles di dettar legge in Svizzera contro la volontà popolare. E avrebbe anche delle conseguenze immediate: la maggior parte dei cittadini onesti perderebbe il diritto di detenere una normale arma da fuoco. Questo diritto esiste in Svizzera dal 1848. E soprattutto: la direttiva comunitaria prevede un inasprimento a cadenza quinquennale. A cui naturalmente le pavide autorità elvetiche non potranno (né vorranno) opporsi. Nel giro di pochi anni dunque, con la più classica tattica del salame, si arriverebbe al disarmo totale dei cittadini. Il presidente della Commissione UE Juncker l’ha dichiarato senza mezzi termini: quanto contenuto nella direttiva oggetto della votazione del 19 maggio “è solo un primo passo”.

Se lo dice lei… - «La Svizzera è un paese ad alta densità di armi da fuoco, Eppure praticamente non ci sono problemi. In molte parti del mondo se ne stupiscono. Questo dimostra che nel nostro paese si fa un uso responsabile delle armi». Parole e musica non del comitato referendario contro il Diktat disarmista dell’UE, bensì della Ministra di Giustizia Karin Keller Sutter, PLR, favorevole alla direttiva. Quindi: il sistema svizzero funziona e non abbiamo alcun motivo di cambiarlo. E se a dirlo sono proprio quelli che lo vorrebbero rottamare…

Le giravolte - Un capitolo a parte lo meritano poi quei politici PLR e PPD che nel 2011 si opponevano all’iniziativa popolare contro le armi, la quale conteneva restrizioni analoghe (anzi, più circoscritte) di quelle che ora ci vuole imporre Bruxelles. Otto anni fa, questi signori difendevano – giustamente - il diritto svizzero delle armi. Adesso, invece, giravolta a 180 gradi. Perché? Non certo perché le limitazioni che ci verrebbero imposte abbiano uno straccio di giustificazione. Se non l’avevano otto anni fa, non l’hanno nemmeno ora. Ma soltanto perché “bisogna ubbidire a Bruxelles”.  

Non c’è dunque alcun motivo per cui il popolo elvetico dovrebbe approvare il Diktat disarmista. Un Sì il 19 maggio permetterebbe all’UE di comandare in casa nostra, e di farlo contro le nostre leggi, contro le nostre tradizioni, contro la nostra volontà popolare. Un precedente deleterio che avrebbe pesanti conseguenze per il futuro della Svizzera. Non cediamo!

 

 

 

 

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