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L'OSPITE
28.02.2019 - 10:120

In politica come in guera, püsée ball che tèra

Piero Marchesi, Candidato al Consiglio di Stato e al Gran Consiglio per l’UDC

La campagna elettorale è spesso momento di promesse e per alcuni il tentativo di pulirsi la coscienza per aver fatto l’esatto contrario di quanto tentano ora di vendere all’elettorato. Molti candidati che ho incontrato nei diversi dibattiti hanno a più riprese sostenuto la necessità di una maggiore attenzione ai residenti nel mercato del lavoro, affermando addirittura che Prima i nostri potrebbe essere una soluzione. Sorridendo ricordo che proprio i loro partiti, PLR, PPD e tutta la sinistra, quando si era trattato di applicare il nuovo testo Costituzionale cantonale anche nel settore privato, si erano girati dall’altra parte. Se oggi non c’è una preferenza indigena nel mercato del lavoro è proprio perché loro hanno deciso di non volerla. Poi possiamo disquisire di mille altre soluzioni, come quella del salario minimo anch’esso votato dal popolo ticinese, che però prevedeva una proposta ben differente da quella ora in discussione. I ticinesi hanno chiesto salari minimi differenziati definiti per ogni categoria di lavoratori e non un’unica soglia uguale per tutti. Sia io che il mio partito eravamo contrari all’iniziativa “Salviamo il lavoro in Ticino” perché senza la preferenza indigena ci sarà sempre un frontaliere pronto a lavorare per il salario minimo quando invece la posizione richiederebbe uno stipendio più alto di quello definito, ma per noi quanto ha deciso il popolo è da applicare. Il salario minimo darà però una risposta solo per i salari bassi. Con una retribuzione minima di 3'500 franchi mensili si agirebbe solamente sul 9% dei salariati, di cui in gran parte frontalieri. Il beneficio di questa misura toccherebbe i ticinesi solo marginalmente – sono infatti pochi quelli che sono ora impiegati sotto questa soglia – sarebbero molti invece i ticinesi colpiti dagli effetti nefasti del salario minimo. Senza la preferenza indigena un’azienda potrebbe per esempio cercare un’assistente di direzione, con buone conoscenze delle lingue, capacità organizzative e con provata esperienza e offrire uno stipendio di 3'500 franchi al mese - più di 20 franchi all’ora - la tariffa minima chiesta dalla sinistra. A queste condizioni una ticinese rifiuterebbe, una frontaliera accetterebbe invece senza indugi perché percepirebbe il triplo di quanto otterrebbe a Varese o a Como per la stessa posizione. Per questo posto di lavoro lo stipendio corretto sarebbe invece di almeno 5'500 franchi al mese, 31 franchi l’ora. Ecco perché il salario minimo senza la preferenza indigena finirà per penalizzare i ticinesi. Per salvare davvero gli stipendi in Ticino abbiamo solo due possibilità, una svalutazione del Franco parificando il costo della vita a quello dell’Italia e dei Paesi dell’UE – proposta irrealizzabile perché causerebbe uno shock ai capitali e alla finanza svizzera - o meglio, reintrodurre quei paletti che in passato hanno dato prova di funzionare e che impedivano, o quantomeno limitavano l’effetto sostituzione, il dumping e l’imbarbarimento del mercato del lavoro. Questi paletti si chiamano tetti massimi, contingenti e preferenza indigena, strumenti che il popolo svizzero aveva già deciso di reintrodurre il 9 febbraio 2014 e che gli stessi partiti che oggi vedono in Prima i nostri una possibile soluzione, ne avevano invece bocciata l’applicazione. Cari ticinesi, si dice che “in politica e in guera püsée ball che tèra”, soprattutto durante la campagna elettorale, ma dovrebbe essere chiaro a tutti chi si è sempre battuto per mettere i ticinesi e gli svizzeri davanti a tutto e chi, passate le elezioni, tornerà a occuparsi di tutt’altro.

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