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19.09.2018 - 02:010

Sud Sudan: nuovi crimini contro i civili in totale impunità

Amnesty International

La sconcertante brutalità di una recente offensiva militare nel Sud Sudan - inclusi l'uccisione di civili, lo stupro sistematico di donne e ragazze, saccheggi e distruzioni di massa - è stata alimentata dall'incapacità delle autorità nel perseguire o rimuovere sospetti criminali di guerra. Lo afferma oggi Amnesty International nel presentare un nuovo rapporto.

‘Anything that was breathing was killed’: War crimes in Leer and Mayendit, South Sudan si basa sulle testimonianze di circa 100 civili fuggiti da un'offensiva delle forze governative e delle milizie giovanili, nell’Unity State, tra la fine di aprile e l'inizio di luglio di quest'anno.

«Un fattore chiave di questa brutale offensiva è stata la mancata consegna alla giustizia dei responsabili di precedenti ondate di violenza contro i civili della regione», ha detto Joan Nyanyuki, direttore regionale per l'Africa orientale di Amnesty International.

«Leer e Mayendit sono state duramente colpite in passato, eppure il governo sud-sudanese continua a dare libero sfogo ai sospetti colpevoli, permettendo loro di commettere nuove atrocità. Il risultato è stato catastrofico per i civili».

Civili uccisi

L’Unity State ha vissuto degli episodi di violenza tra i più spietati dall'inizio del conflitto in Sud Sudan, quasi cinque anni fa. L'ultima ondata di violenza è scoppiata il 21 aprile 2018 ed è durata fino ai primi di luglio, una settimana dopo l'ultimo cessate il fuoco, dichiarato il 27 giugno.

Decine di donne e uomini civili hanno raccontato ad Amnesty International come l'offensiva sia stata caratterizzata da una brutalità sconcertante, con civili uccisi deliberatamente, bruciati vivi, impiccati sugli alberi e investiti da veicoli corazzati nelle zone controllate dall'opposizione, nelle contee di Mayendit e Leer.

Soldati e milizie hanno usato veicoli anfibi per dare la caccia ai civili fuggiti nelle vicine paludi. I sopravvissuti hanno descritto come gruppi di cinque o più soldati hanno rastrellato la vegetazione in cerca di persone, spesso sparando indiscriminatamente.

Nyalony, una donna anziana, ha detto ad Amnesty International di essere stata testimone dell'uccisione del marito e di altri due uomini: «Quando è iniziato l'attacco, la mattina presto mentre dormivamo, io e mio marito siamo corsi insieme verso la palude. Più tardi in mattinata, dopo la fine dei combattimenti, i soldati sono entrati nella palude alla ricerca di persone e hanno sparato verso nella zona dove ci nascondevamo. Mio marito è stato colpito; ha urlato per il dolore. Era ancora vivo, però, e i soldati lo hanno preso, gli hanno sparato di nuovo, uccidendolo. Non era armato, non era un combattente, era solo un contadino».

Chi non ha potuto fuggire - gli anziani, i bambini e le persone con disabilità – in molti casi è stato ucciso nel suo villaggi. Diverse persone hanno descritto come parenti anziani o vicini di casa siano stati bruciati vivi nei loro tukuls - abitazioni tradizionali – mentre a un uomo di oltre 90 anni è stata tagliata la gola con un coltello.

Nyaweke, una donna di 20 anni, ha detto ad Amnesty International di aver visto i soldati sparare al padre e poi uccidere brutalmente diversi bambini nel villaggio di Thonyoor, nella contea di Leer: «C'erano sette uomini [soldati] che hanno raccolto i bambini e li hanno messi in un tukul, al quale hanno dato fuoco. Sentivo le urla. Erano quattro ragazzi. Un ragazzo ha tentato di uscire, ma i soldati hanno chiuso la porta. C'erano anche cinque ragazzi bambini: li hanno sbattuti contro i tronchi degli alberi, con tanta forza da farli oscillare. Avevano due [o] tre anni. Non vogliono che i maschi sopravvivano perché sanno che da grandi diventeranno soldati».

Altri sopravvissuti hanno descritto episodi simili, tra cui uno nel villaggio di Rukway a Leer, dove un uomo e una donna anziani e i loro due giovani nipoti sono stati bruciati vivi in una casa. Quando la loro figlia è corsa via, portando con sè un bébé, un soldato le ha sparato e ha poi calpestato il bambino, fino ad ucciderlo.

«In fila per stuprarci»

I sopravvissuti hanno anche raccontato ad Amnesty International che il governo e le forze alleate hanno rapito numerosi civili, soprattutto donne e ragazze, trattenendoli per diverse settimane. I rapitori le hanno sottoposte a sistematiche violenze sessuali - come ha detto una donna: «I Dinka si sono messi in fila per violentarci».

Molte donne e ragazze sono state vittime di stupri di gruppo, e alcune di loro hanno riportato gravi ferite. Chi ha cercato di resistere è stato ucciso.

Un'intervistata ha detto che una bambina di soli otto anni è stata vittima di uno stupro di gruppo, mentre un'altra donna ha assistito allo stupro di un ragazzo di 15 anni.

Un uomo di 60 anni ha raccontato di aver trovato sua nipote di 13 anni dopo che è stata stuprata in gruppo da cinque uomini: «La figlia di mio fratello è stata stuprata e stava per morire. Dopo che l'hanno stuprata, l’abbiamo trovata: piangeva e sanguinava..... non riusciva a nascondersi.... mi ha detto di essere stata stuprata da cinque uomini. Non potevamo portarla in braccio e lei non riusciva a camminare».

In un solo villaggio, Médecins Sans Frontières ha riferito di aver curato 21 sopravvissuti a violenze sessuali in un periodo di 48 ore.

Oltre allo stupro, molte delle donne e delle ragazze rapite sono state sottoposte a lavori forzati: il trasporto delle merci saccheggiate dai villaggi per lunghe distanze, ma anche lavori di cucina e pulizia per i loro rapitori.

Una scia di distruzione

Durante gli attacchi a Leer e Mayedint, le forze governative e le milizie alleate hanno saccheggiato e distrutto quanto hanno potuto, apparentemente con l’obiettivo di scoraggiare il ritorno della popolazione civile.

Le case dei civili sono state sistematicamente incendiate, generi alimentari sono stati saccheggiati o dati alle fiamme, il bestiame e gli oggetti di valore sono stati rubati.

Molti sopravvissuti sono tornati a casa dopo settimane o mesi di clandestinità per scoprire che tutto era stato distrutto. Hanno raccontato come sono state prese di mira le scorte alimentari: colture bruciate, bestiame saccheggiato o ucciso, alberi da frutto sradicati.

Questo attacco deliberato alle fonti di sussistenza è avvenuto quando i civili di Leer e Mayendit stavano iniziando pian piano a riprendersi dalla carestia dichiarata nelle loro contee nel febbraio 2017:  la prima volta dal 2011 che una carestia è stata dichiarata in tutto il mondo.

Un circolo vizioso alimentato dall'impunità

Amnesty International ha già visitato l’Unity State all'inizio del 2016, documentando le violazioni avvenute durante la precedente offensiva militare nel sud dello Stato, inclusa la contea di Leer.

In seguito a questa visita, l'organizzazione ha identificato quattro persone sospettate di essere responsabili di crimini di guerra e crimini contro l'umanità e ha chiesto al capo di stato maggiore del Sud Sudan di indagare su di loro. Non c'è stata alcuna risposta. Recenti rapporti delle Nazioni Unite hanno suggerito che alcune di queste persone potrebbero anche essere state coinvolte nelle atrocità commesse durante l'offensiva del 2018.

«È impossibile ignorare la crudele realtà - se le autorità sud-sudanesi avessero agito in base ai nostri avvertimenti già nel 2016, quest'ultima ondata di violenza contro i civili di Leer e Mayendit avrebbe potuto essere evitata», ha detto Joanne Mariner, Senior Crisis Response Adviser di Amnesty International.

«L'unico modo per spezzare questo circolo vizioso di violenza è porre fine all'impunità di cui godono i combattenti sud-sudanesi. Il governo deve garantire che i civili siano protetti e che i responsabili di questi crimini atroci siano chiamati a risponderne».

Amnesty International esorta il governo del Sud Sudan a porre fine a tutti gli abusi e ad attivare immediatamente la Corte Ibrida, che è nel limbo dal 2015. L'organizzazione chiede inoltre al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di far rispettare l'embargo sulle armi adottato a luglio e atteso da tempo.

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