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L'OSPITE
29.06.2018 - 18:430

Nazionale - esultare fa bene allo spirito

Matteo Muschietti

Si sapeva che la partita di calcio Svizzera-Serbia non  era facile, anche dal profilo politico. Conosciamo tutti quanto problematiche siano state le costruzioni dei nazionalismi nel territorio della ex Jugoslavia. La Svizzera vanta una tradizione, grazie a un federalismo che riunisce persone di diverse lingue da lungo tempo, piuttosto sensibile al riconoscimento delle minoranze e alla loro auto determinazione e libertà. Non può proprio esistere una vita senza la libertà. Noi svizzeri abbiamo accolto la popolazione del Kosovo che ci chiedeva aiuto per dare a queste famiglie una vita dignitosa attraverso un progetto di integrazione nella nostra patria. Il concetto di patria stesso passa attraverso valori come la fratellanza e l’aiuto di chi chiede di essere aiutato e si mette a disposizione, con dedizione, del Paese che lo accoglie.

La ex Jugoslavia, nel processo di armonizzazione delle diverse etnie linguistiche e religiose che la componevano, ha conosciuto molti fallimenti, troppo spesso dolorosi per tutti, non riuscendo a valorizzare la diversità come punto di forza per creare una solida fratellanza. E i soprusi di cui tutti si sono macchiati, senza voler entrare nel merito di chi abbia cominciato e quando, hanno generato la grande sofferenza in tutti i popoli slavi che è stata ed in parte è ancora sotto gli occhi di tutti. Seppur naturalizzati, Shaqiri e Xhaka restano figli di questa sofferenza e hanno doto sfogo ad una rabbia che avevano nel cuore e che li ha certamente plasmati nella loro crescita, attraverso i discorsi di famiglia e amici, l’esposizione prolungata a una violenza che li ha allontanati dalla loro terra, rendendoli nomadi fino alla loro unione con la Svizzera, una nuova famiglia. Famiglia che ha accolto tutti i popoli che si facevano la guerra in patria. Il loro è stato anche un gesto provocatorio a sua volta provocato dalla tifoseria avversaria che ha fischiato l'inno Svizzero e apostrofato i giocatori svizzeri con parole pesanti. Tutti strascichi di una sofferenza comune, echi vacui di vagiti di una fratellanza mai diventata adulta e incatenata alla culla di un odio che non dovrebbe esistere tra gli uomini.

Vivere in Svizzera dovrebbe essere un’occasione per andare al di là di tutto questo, per ricostruire la fratellanza degli uomini. Ho letto il commento ufficiale e profondamente indignato della comunità serba in Ticino, che trova anormale il non poter tifare la nazionale che li ha accolti a causa dei gesti di alcuni dei suoi giocatori perché “un cittadino svizzero, che sia di prima, seconda o terza generazione di stranieri con passato migratorio, nati e cresciuti qui e che nel cuore si sentono più svizzeri di molti altri, in questo momento si sentono abbandonati dalla Svizzera e indignati dopo un evento sportivo decorato con un segno che non ha niente a che vedere con la Svizzera”. E queste parole, che cosa hanno a che vedere con la fratellanza che unisce le diverse etnie linguistiche, religiose, ecc. in una fratellanza comune che si chiama Svizzera? Se mio fratello fa una cazzata, mi chiedo il perché, provo a capirlo, rispetto la sua differenza, provo ad abbracciarlo, a perdonarlo se mi sento ferito e cerco di andare avanti con lui ricostruendo un’armonia. Tutte cose che si possono fare sul suolo svizzero, perché non conosce la guerra da parecchio tempo e vede nella multiculturalità un valore aggiunto. Abbiamo costruito una nazione su questo, non senza sforzi e con qualche fallimento anche noi. Ma c’è. È qui. E aquile, pavoni, tacchini, polli, falchi, passeri e usignoli sono tutti uccelli e che la smettano di credersi altro! Al di là dell’umanità, della fratellanza nell’umanità in un progetto di pace comune, non c’è niente che valga la pena di essere vissuto.

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