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09.03.2018 - 17:360

La scuola che speriamo non verrà

Piero Marchesi, Presidente UDC Ticino

Il progetto “La scuola che verrà” del Consigliere di Stato e direttore del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport (DECS), Emanuele Bertoli, non è solo sbagliato, ma pure controproducente. La legge che disciplina l’educazione in Ticino risale al 1990, una revisione è certamente auspicata per migliorare la qualità dell’insegnamento. Non vi è alcuna preclusione del mio partito a un’entrata in materia, soprattutto se non imposta dall’altro come invece fatto dal Dipartimento e se attuata attraverso un coinvolgimento del corpo insegnanti, degli specialisti del settore e della politica, che ha il compito di promuovere il dibattito e poi, infine, trovare la miglior soluzione. Questa pressante modalità d’azione sembrerebbe essere dettata più dall’imminenza delle prossime elezioni cantonali piuttosto che dal buon senso. Bisogna riconoscere a Bertoli di aver avuto il coraggio di proporre una riforma, evento sempre meno presente a queste latitudini, ma il tema è talmente importante che non può essere forzato ignorando le molte criticità e contrarietà espresse dai docenti, dagli specialisti del settore e dai genitori. “La scuola che verrà” prevede l’eliminazione dei livelli di insegnamento e un’educazione alla carte, dove l’allievo potrà decidere quali materie preferire e quali tralasciare. Inverte il concetto di parità di partenza di ogni singolo allievo con la parità di arrivo, questo sarà il grimaldello per uniformare qualitativamente tutti gli allievi verso il basso, invece di aiutarli ad ottenere il massimo in base alle singole potenzialità. Oltre a ciò il progetto privilegia le competenze sociali e minimizza quelle istruttive. Come se non bastasse, conferisce ulteriore potere centralista al Dipartimento che potrà imporre, regolare e standardizzare l’educazione cantonale in modo eccessivo, relegando i Comuni a fare da semplici spettatori paganti, penalizzando inoltre le scuole private che forniscono una valida complementarietà alla scuola pubblica. Questa impostazione non può evidentemente essere condivisa perché, in un mondo del lavoro sempre più selettivo verso i meno preparati e formati, aumenterà ancor di più il fossato tra il mondo dell’educazione e l’economia privata. Mal si comprende la spettacolare e riprovevole giravolta del PLR e del PPD, che fino a qualche settimana fa erano ferocemente contrari al progetto e che, dopo aver ottenuto un paio di concessioni da Bertoli con la sperimentazione anche di un modello alternativo, si sono ammansiti e dichiarati pronti a sostenere il credito di oltre 6 milioni di franchi che il Parlamento sarà presto chiamato a votare. L’UDC e il nostro gruppo parlamentare La Destra hanno ben altre aspettative sul tema, presentando un’iniziativa parlamentare dal nome “La scuola che vogliamo”, sono state messe sul tavolo alcune proposte che meritano di essere prese in considerazione. Non si possono saltare a piedi pari - senza la minima discussione politica e commissionale, un’iniziativa elaborata che prevede la modifica di ben 34 articoli della Legge scuola, le risposte della consultazione e l’esito dei due sondaggi della consultazione - per mandare avanti una sperimentazione autoreferenziale affidata a Istituti scolastici con direttori che sostengono a priori la proposta Bertoli. Teniamo poi conto che essendo confusionaria nei contenuti, nei metodi e negli obiettivi, l’ansia e le giustificate paure di genitori, allievi e docenti meritano ben altro approccio e rispetto. Affinché si possa elaborare una sana riforma della scuola, che permetta veramente di migliorare la qualità dell’istruzione e di conseguenza ottenere una migliore preparazione dei nostri giovani all’entrata nel mondo del lavoro, sempre più duro e selettivo, speriamo che “La scuola che verrà” non venga mai.

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