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STABIO
02.08.2015 - 19:290

"Provate a immaginare..."

Giovanni Merlini, consigliere nazionale

Discorso del 1° agosto 2015 a Stabio - Provate a immaginarvi Arnold von Stauffacher, Werner Fürst e Arnold von Melchtal, i protagonisti del Patto del Grütli di oltre settecento anni fa – catapultati nella Svizzera contemporanea. Troverebbero un Paese non più minacciato dagli Asburgo e non più tormentato da continue battaglie per difendere con il sangue la sua indipendenza. Strabuzzerebbero gli occhi davanti ad una nazione tanto avanzata e innovativa da competere con successo nei mercati globalizzati, ben organizzata a livello infrastrutturale e con un diffuso benessere. Resterebbero ammirati di fronte alla bassa quota di disoccupazione rispetto alla media europea e all’elevata qualità dei prodotti e servizi, che consente alla nostra economia di esportazione di assorbire almeno in parte i contraccolpi del franco forte. 

E cionondimeno i nostri tre mitici artefici dell’alleanza confederale incontrerebbero una popolazione preoccupata, soprattutto in certe regioni di frontiera come la nostra terra ticinese.
Raccoglierebbero le lamentele di coloro che si sentono sotto pressione, che temono per il proprio posto di lavoro e per la pensione. Toccherebbero con mano lo scoramento di troppi giovani che non sono in grado di progettare il loro futuro, incrocerebbero donne e uomini insofferenti e stufi di galleggiare sulle torbide acque della precarietà. Qui nel Mendrisiotto, poi, troverebbero un numero crescente di persone esacerbate dai perenni intasamenti del traffico stradale e dal degrado della qualità dell’aria. Sarebbero costretti, i nostri tre avi, a confrontarsi con il tema della sicurezza, visto che sempre più abitanti di certe zone non si sentono al sicuro nemmeno a casa propria, e ne sapete qualcosa voi che vivete così vicino al confine con l’Italia. I nostri eroi valuterebbero con un certo disappunto la rimessa in discussione – e non sempre sotto pressione esterna - dei pilastri elvetici, come per esempio la sovranità e l’autonomia nei processi legislativi, la solidarietà federalista, la riservatezza della sfera privata e la tradizione umanitaria elvetica. Chissà, forse si sentirebbero un po’ in difficoltà anche loro e non saprebbero prescriverci ricette miracolose.

Flussi migratori, diritto all’asilo, rapporti con l’UE e libera circolazione delle persone
occupano la scena politica e condizioneranno anche la campagna per le elezioni. Dobbiamo ammetterlo: la libera circolazione delle persone non ha avuto gli stessi effetti benefici in tutta la Svizzera. L’evoluzione negli agglomerati dell’Altipiano e dell’Arco Lemanico non è paragonabile a quella che abbiamo sperimentato nel Ticino, unico Cantone completamente a sud delle Alpi, che ha dovuto e deve fare i conti con la micidiale crisi congiunturale della Lombardia, una regione di coltre 10 milioni di persone, con una fortissima pressione sul nostro esiguo mercato del lavoro. Il 9 febbraio dell’anno scorso, Popolo e Cantoni hanno lanciato un ultimatum alla Berna federale, approvando l’iniziativa popolare per l’introduzione di contingenti e tetti massimi nella gestione dell’immigrazione nel nostro Paese. Gli stessi promotori di questa revisione costituzionale sono rimasti sorpresi dall’esito della votazione. Il Consiglio federale, superato l’iniziale disorientamento per la sconfessione subita, si è affrettato a dichiarare di voler mettere in opera l’iniziativa con una legge di attuazione fedele alla volontà popolare. Ma la strada è tutta in salita, primo perché il nuovo articolo costituzionale obbliga il Consiglio federale a rinegoziare tutti gli accordi internazionali incompatibili con i contingenti e i tetti massimi e quindi prima di tutto l’Accordo sulla libera circolazione. In secondo luogo perché l’iniziativa non impone alla Confederazione di disdire unilateralmente l’Accordo di libera circolazione nel caso di fallimento del negoziato. E terzo perché i promotori dell’iniziativa si sono ben guardati dal proporre soluzioni per far uscire la Svizzera dal vicolo cieco in cui si è cacciata e preferiscono restare a guardare dalla finestra. Intanto però a Bruxelles, dove le faccende da gestire di questi tempi sono di gran lunga più complicate, rimane bloccato ogni negoziato con il nostro paese in settori strategici, come l’accesso al mercato elettrico europeo, la partecipazione della Svizzera ai grandi progetti di ricerca scientifica (vedi Horizon 2020) e la definizione delle questioni istituzionali (come la ripresa dinamica del diritto europeo e la definizione delle competenze della Corte europea di giustizia del Lussemburgo in caso di contestazioni sull’interpretazione e l’applicazione del diritto europeo nell’ambito degli Accordi Bilaterali).

La Berna federale, ogni tanto manca di una certa flessibilità nell’affrontare i problemi, e la sua prontezza di reazione - soprattutto di fronte alle aspettative legittime delle regioni periferiche – è tutt’altro che immediata. Lascia l’amaro in bocca quando il Consiglio federale s’impegna di più ad esser il primo della classe nel perseguire i desiderata dell’UE (con la signora Widmer Schlumpf in testa) anziché concentrarsi a monitorare attivamente la situazione difficile in alcuni Cantoni, specie il nostro. Lo tocchiamo con mano noi deputati ticinesi quando insistiamo con la richiesta di misure concrete per combattere il dumping
salariale e fatichiamo a convincere il governo della particolarità della situazione del mercato del lavoro a sud delle Alpi. Ma non serve a noi che siamo la parte più debole irrigidirci e chiuderci a riccio o compiacerci nel vittimismo; il dialogo è l’unica via percorribile per ottenere risultati concreti grazie ai buoni argomenti ripetuti e ripetuti finché è necessario per trovare un sufficiente consenso in parlamento e in governo. L’abbiamo visto in diverse occasioni, ottenendo risultati non trascurabili, per es. in relazione al potenziamento delle guardie di confine, alla promozione del turismo attraverso la deroga al divieto del lavoro domenicale per quei centri commerciali che rispondono ad una serie di condizioni restrittive, oppure ancora in relazione all’abolizione della discriminante esenzione dall’IVA per i cosiddetti padroncini stranieri che eseguono prestazioni di lavoro sul nostro territorio fino a CHF 10'000.-, o nella questione del mantenimento dell’Antenna ticinese del Ministero pubblico federale luganese e anche in merito all’obbligo per l’Amministrazione federale e i suoi enti di pubblicare i bandi di concorso per commesse pubbliche sempre almeno nella lingua del posto, a tutela degli interessi delle minoranze.

Non dobbiamo quindi rassegnarci e soprattutto non dobbiamo soccombere alla paura. Anzi abbiamo bisogno di un’iniezione di fiducia e di ottimismo. Nonostante la sua complessità e la sua lentezza, il sistema elvetico non sta vacillando, come qualcuno vorrebbe farci credere. Anzi, dovremmo apprezzarlo di più, visti i risultati che ci ha consentito di raggiungere anche in questi ultimi difficili anni. Stato di diritto, libertà e responsabilità individuale, concorrenza regolata, coesione sociale e regionale, politica della concordanza, federalismo partecipativo, apertura al mondo e offerta dei nostri buoni uffici nelle crisi internazionali a favore della pace, sono tutti tasselli di quel mirabile mosaico rappresentato dalla concezione svizzera dello Stato e dei suoi rapporti con il cittadino; una concezione che ha fatto la fortuna del nostro Paese. Siamo ai primi posti tra gli Stati più ricchi del mondo, pur tra mille difficoltà e pur non potendo contare sulle materie prime. Grazie al federalismo, ad un’oculata gestione delle risorse e al freno all’indebitamento, la Svizzera ha saputo tenere ordine nelle sue finanze pubbliche, scongiurando il rischio di dover applicare misure dolorose di austerità, come invece sono stati costretti a fare gli Stati europei che non hanno voluto o saputo gestire correttamente le loro uscite. La politica liberale e flessibile della Confederazione ha contribuito alla riduzione della disoccupazione tra il primo trimestre 2014 e il primo trimestre di quest’anno dal 4,8% al 4,4% secondo il metodo di calcolo dell’Organizzazione internazionale del lavoro, con un aumento delle persone occupate nello stesso periodo del 2,7% (secondo i dati della Seco a fine marzo 2015 il tasso di disoccupazione era del 3,4%,
ossia meno della metà della media europea). Dovremmo essere piuttosto orgogliosi di questi risultati, anche se dobbiamo ancora migliorare, soprattutto se pensiamo alla situazione ticinese. Lasciarci andare al pessimismo e all’antipolitica significherebbe minare la nostra forza, ovvero la solidità delle istituzioni e l’elevata qualità del servizio pubblico, la stabilità politico-economica, l’alta qualità della formazione e della ricerca, la pace e sociale, il livello ragguardevole dei servizi finanziari, la coesione nazionale e la capacità di far convivere armonicamente ben quattro componenti linguistiche e culturali.

Certo, ciò non significa che possiamo dormire sugli allori.
Il mondo sta dislocando il suo baricentro economico e politico verso oriente e la Svizzera non può certo permettersi di assistere passiva alle trasformazioni in corso. Sono finite le rendite di posizione e dobbiamo impostare la crescita in modo che corrisponda sempre di più ai criteri della sostenibilità ambientale e sociale, se vogliamo che sia durevole. Le sfide per il nostro Paese non mancano: la prima è garantire la scurezza collettiva senza intaccare la libertà dei cittadini (Benjamin Franklin ammoniva che chi è disposto a rinunciare alla seconda in favore della prima non è degno né dell’una né dell’altra). La seconda è la lotta alla deindustrializzazione e qui dobbiamo migliorare le condizioni-quadro che attraggono investimenti per poter creare nuovi posti di lavoro stabili e non precari. La terza sfida consiste nel contrastare la crescente burocrazia che sta prendendo piede anche da noi insieme all’impennata del numero di leggi; negli ultimi 10 anni il volume delle normative federali (leggi, decreti, ordinanze e regolamenti) e dei trattati internazionali è aumentato da 54'000 a oltre 66'000 pagine della Raccolta ufficiale delle leggi (senza calcolare la produzione di Cantoni e Comuni) e questa tendenza sta complicando la vita alle imprese e ai cittadini.
Progresso, alta qualità dell’innovazione e sviluppo sostenibile sono le parole d’ordine che devono ispirare le nostre scelte a qualsiasi livello istituzionale. Sono sfide complicate, ma le possiamo affrontare insieme con successo se come ticinesi e svizzeri acquistiamo maggiore consapevolezza delle nostre grandi risorse. E La politica, ma anche i cittadini, devono ricordarsi di coltivare le tre grandi virtù del Generale Henri Guisan, di cui è appena stato commemorato il 75. del suo storico discorso sul Praticello del Grütli: lucidità nell’analisi dei problemi, capacità di infondere fiducia ed evitare sempre di farsi guidare dalla paura.

Viva la Svizzera, viva il Ticino e viva il Mendrisiotto!

Giovanni Merlini, consigliere nazionale

 

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