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MURALTO

«Il cabaret è come una bella donna: va lasciato prima che ti lasci lei»

Max Cavallari, il celebre attore comico del duo Fichi d'India, sarà il prossimo 15 novembre a Muralto in occasione di "Sotto un cielo di stelle" con lo spettacolo "Stasera sono fico".
Foto Elena Gaia
«Il cabaret è come una bella donna: va lasciato prima che ti lasci lei»
Max Cavallari, il celebre attore comico del duo Fichi d'India, sarà il prossimo 15 novembre a Muralto in occasione di "Sotto un cielo di stelle" con lo spettacolo "Stasera sono fico".

MURALTO - Risate assicurate. Quelle che promette Max Cavallari, il celebre attore comico dell'indimenticabile duo Fichi d'India, con lo spettacolo "Stasera sono fico" di scena il prossimo 15 novembre a Muralto (Sala Congressi, ore 20:30).

Max Cavallari, da quali risate vogliamo cominciare per rintracciare la sua vocazione artistica?
«
Da quelle di Gilberto Govi. Le racconto una cosa. Mia nonna mi faceva vedere le commedie in bianco e nero quando io ero ragazzino. Al sabato sera facevano le commedie. Io volevo fare il comico e la nonna mi diceva: "Un domani se vorrai fare il comico guardati questo qui". Poi la nonna è morta e sono andato a rivedermi chi era questo vecchietto che faceva ridere. E mi sono detto: "Adesso me lo studio". Me lo sono studiato talmente tanto anche andando a trovarlo al cimitero di Staglieno. E ho ringraziato la nonna: "Avevi ragione, hai visto che ce l'ho fatta?". Gielo dico ogni volta che penso a lei».

Il Govi che sta portando in giro è tutto un applauso a scena aperta: il pubblico è entusiasta e lei se la cava anche con il "simil genovese".
«È un bel progetto. "Maneggi per maritare una figlia" bisogna farlo con tanto amore, perché comunque Govi lo faceva in dialetto, però le mie movenze, la mia parlata che cerca di avvicinarsi il più possibile alla sua il pubblico le ritrova sulla scena. L'ho studiato a fondo il personaggio e credo che sia per questo che il pubblico apprezzi la mia rappresentazione. E le dirò anche che c'è richiesta per questo spettacolo: andremo a Torino, faremo delle date in Toscana, penso saremo anche a Milano e Lugano. Vuole che le confessi quello che sento in questo momento della mia carriera?».

Sono tutto orecchie, prego.
«Questo filone è un po' la mia vecchiaia, la mia pensione, perché il cabaret secondo me finisce»

«Ma come? Proprio lei che ne è stato uno dei più illustri rappresentanti, ora ne decreta la morte?
«Deve sapere che il cabaret è come una bella donna, va lasciato prima che ti lasci lei».

A proposito di cose che finiscono: chiuso anche quel tempo in cui si poteva scherzare su tutto? Oggi i comici, come gli equilibristi di un circo, si muovono su un filo. Una parola ironica di troppo e sono passabili di "inquisizione"...
«
Ha ragione, oggi non si può più scherzare su tutto. Però dipende come lo fai. E chi lo fa. Io per esempio faccio il cow-boy gay e sono i gay a ridere per primi. Io non li prendo in giro, in quel momento sono nel loro mondo. Devo dirle che in generale a me il pubblico vuole bene, sa che io sono un giocherellone e mi perdona tutto».

Cosa c'è invece di quasi imperdonabile - mi passi l'eccesso - nella comicità imperante di oggi?
«Oggi c'è la stand-up comedy di questi ragazzini, che secondo me è una volgarità buttata lì inutilmente. Poi comunque, sa, noi siamo della vecchia guardia, quelli di Ale e Franz, siamo dentro la storia di Aldo-Giovanni-Giacomo, delle scenette dell'avanspettacolo. Ci siamo fatti voler bene, perché siamo sempre stati umili, abbiamo sempre avuto la testa nel cassetto e i piedi nella scrivania (ndr. se la ride). Comunque mancano molte cose nella comicità di oggi, ad esempio manca il Quartetto Cetra. Ma non sono solo i comici a essere cambiati, anche la gente, anche quella che viene agli spettacoli».

Cosa ha notato di diverso?
«...Che fare ridere oggi è molto più difficile. La gente è tutta arrabbiata, ha le bollette da pagare, Equitalia, il mutuo, la macchina, mille grane per la testa, si incazza per il parcheggio, per chi è arrivato prima alla fila della cassa, e allora ti guarda con l'aria di sfida: "Dai, fammi ridere, provaci! Cos'è che mi devi dire? Dai, dai, fammi vedere se sei capace..." (ndr. se la ride un'altra volta). La comicità deve essere satira, satira politica. E invece la satira è morta. Bisogna parlare della signora che vuole il toy-boy, di Cappuccetto Rosso che il lupo non vuole più mangiare perché è diventato vegano e poi è anche a dieta, di cose così, perché la gente è stufa dei telegiornali, di sentir parlare di Garlasco, di Quarto Grado e via dicendo».

Max Cavallari, lei ha fatto un film - La chiocciola - che aveva come tema il fenomeno "hikikomori", un termine che in giapponese indica coloro che hanno deciso di starsene in disparte e chiusi dentro una stanza. Anche questo, come l'aria che tira dalle parti della comicità, un brutto segno dei tempi...
«Questi ragazzi hikikomori stanno veramente aumentando, sono quasi 500mila in Italia. Ci pensa? Non escono dalle stanze! Non so se è stato il Covid ma è preoccupante. Tornerò a fare La chiocciola 2, è un tema che mi colpisce».

Per isolarsi o riflettere un tempo c'era il lago, un posto che lei conosce molto bene. La si incrociava spesso a bordo della sua mitica Fiat 1100 lungo la strada che costeggia il Verbano.
«Basta che vedevo il lago ed ero felice. Ho cambiato diverse volte casa: io abito a Ispra, ma sono stato a Mesenzana, poi sul lago di Monate, poi sono andato a vivere a Napoli davanti al mare e poi Riccione. Mi manca l'acqua, non c'è niente da fare e poi mi va di stare vicino ai matti: Laveno, la terra di Pozzetto, Maccagno quella di Iacchetti, Luino quella di Francesco Salvi, Sangiano la terra di Dario Fo, Porto Valtravaglia dove visse Nanni Svampa. Sarà l'aria del lago che ci ha fatti diventare così».

E adesso l'attende anche l'aria lacustre di Locarno...
«...Dove porterò uno spettacolo che ripercorrerà l'esperienza dei Fichi d'India, di come sono nati i personaggi, come davvero hanno preso vita. Farò tutti i personaggi della mia carriera e alla fine canterò una canzone che dedicherò al pubblico dal titolo "Da soli mai", scritta dall'autore di Renato Zero, Vincenzo Incenzo. Perché non bisogna mai stare da soli. È anche dedicata al mio compagno di una vita artistica, Bruno, che è sempre nelle valigie, sempre nelle parrucche, sempre con me, attraverso di me».

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