«Anche se ci uccideranno, noi continueremo a ridere e a vivere»

Domani al Film Festival Diritti Umani il documentario di Sepideh Farsi "Put your soul on your hand and walk": la vita a Gaza vista attraverso le videochiamate con una fotoreoporter palestinese.
Domani al Film Festival Diritti Umani il documentario di Sepideh Farsi "Put your soul on your hand and walk": la vita a Gaza vista attraverso le videochiamate con una fotoreoporter palestinese.
LUGANO - In un posto dove non c'è più nient'altro che la propria anima da prendere per mano e portare con sè, il cinema - come diceva André Bazin - «non si contenta più di conservare l'oggetto colto nel suo istante» ma libera nell'aria la sua voce segregata, il dolore muto dell'annientamento.
Questo è Gaza, ladies and gentlemen, lo strazio sordo che si leva da sotto le macerie della sua sparizione, una città di cui il documentario "Put your soul on your hand and walk" della regista iraniana Sepideh Farsi (domani ore 20:30 al Film Festival dei Diritti Umani) ne aspira l'abisso attraverso il racconto vorticoso di una videochiamata.
Chi risponde ha il volto di Fatma Hassona (Fatem la chiamavano gli amici), una fotoreporter palestinese, e il coraggio del suo sorriso: perché ci vuole altro che prodezza ad avere voglia di offrire di sè un'espressione di non arrendevolezza e gaia speranza se ti trovi in un posto chiamato "orrore". Ma la solarità che si fa subito squarcio irrealistico di cinema e che il cinema di Farsi fissa per sempre, è presto spiegata.
«Qualunque cosa ci facciano, per quanto cerchino di distruggerci o anche se ci uccideranno, noi continueremo a ridere e a vivere. Perché noi siamo palestinesi ed essere palestinesi significa sentirsi orgogliosi. Siamo stati abituati a essere così da quando nasciamo» spiega Fatem, parlando con la regista dalla casa dei suoi fratelli «perché qui c'è una discreta connessione, mentre dove io vivo non c'è del tutto».
Questo documentario è la risposta del cinema al massacro per molto tempo andato avanti indisturbato da parte del governo di Israele, lo ha dichiarato a chiare lettere anche la stessa cineasta, confessando che «un miracolo è accaduto quando ho trovato Fatem Hassona, presentatami da un amico palestinese. Da allora, lei mi ha prestato i suoi occhi per vedere Gaza dove resisteva documentando la guerra, e io sono diventata un ponte tra lei e il resto del mondo, dalla sua "prigione di Gaza" come la chiamava. Abbiamo mantenuto questa linea di vita per più di 200 giorni».
I frammenti di pixel e suoni che si sono scambiate le due donne, sono alla fine «diventati il film che vedete». La vita di Gaza entra dentro la video-conversazione come un attore, raccontando il quotidiano inferno dei suoi abitanti, costretti «a mangiare qualsiasi tipo di animale», a bere acqua dalle pozzanghere - come raccontato da molti gazawi - quando non sempre è risultato facile «riuscire a prendere un po' di acqua che arriva con un'autobotte».
«La guerra con le sue messi di cadaveri, le sue immense distruzioni, le sue migrazioni, si lascia di molto dietro l'arte d'immaginazione che pretende di ricostruirla»: mai definizione - sempre riconducibile all'illustre filmologo e critico cinematografico francese - risulta essere più appropriata per connotare quello che è accaduto nella Striscia in questi due anni, dove la realtà ha superato e di molto qualsiasi intento di ricostruzione fantasiosa.
Trascinare con il potere della parola e della testimonianza davanti a un display per quasi un anno la "visione Gaza" è stato il vero shock documentale del progetto; "Fatem" ha sempre un bel sorriso da mostrare, il suo sorprendente ottimismo, anche quando racconta che la fame comincia a farsi sentire e «non abbiamo farina, pane, verdure, frutta, cioccolato», niente di quello che c'era prima, quando la vita scorreva con il suo susseguirsi di normali giorni fra le strade della Palestina.
Il teatro di guerra emerge anche dai brandelli di informazioni dati dai notiziari in lingua "farsi", dalle foto scattate da Fatem, fermi immagine di sopravvissuti che vagano nell'apocalittico deserto di pietre e cemento, alla ricerca di una vita ancora dispersa come le migliaia di uomini, donne, bambini che sono sepolti sotto la città crollata, bombardata fino allo sfinimento.
La ragazza che amava sorridere raccontando la guerra, aveva dato appuntamento a una prossima video-telefonata e promesso, una volta che tutto questo sarebbe finito, di vedersi anche di persona con "l'amica per caso" incontrata dietro una macchina da presa.
Non arriverà mai a quegli appuntamenti: le "armi migliori che Israele ha saputo usare bene" - come ha detto al Parlamento israeliano il presidente americano Donald Trump - hanno ucciso lo scorso 16 aprile lei e altri suoi 9 famigliari. Era il giorno dopo che il documentario era stato selezionato per la sezione ACID a Cannes. Il sorriso di Fatem ha provato a sfidare le atrocità, il cinema lo ha reso possibile.






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