La follia si addice a Joker, il musical... dipende

Un sequel spiazzante, quello concepito da Todd Phillips
SAVOSA - "La musica serve per ricomporre le fratture" di un individuo. Questa frase ha perfettamente senso nel film dalla quale è tratta: "Joker: Folie à deux". Sì, perché (probabilmente lo sapete, altrimenti lo scoprite ora) il tanto atteso sequel del film che ha dato l'Oscar a Joaquin Phoenix è un musical.
Un genere che viene richiamato sempre più sporadicamente ma che ha vissuto, decenni or sono, una vera e propria Età dell'oro. I suoi cultori potranno puntualizzare sul fatto che i musical contemporanei hanno protagonisti che sanno a malapena cantare. Se n'è discusso fin troppo ai tempi di "La La Land" (film peraltro meraviglioso) e si potrebbe tornare a discutere oggi. Certo, qui ci sono Lady Gaga e colui che ha interpretato Johnny Cash sul grande schermo.
Il punto, però, è un altro. Perché il sequel di "Joker" è stato realizzato in questo modo? Non pensate che un grande cineasta come Todd Phillips si sia svegliato una mattina e abbia detto: "Ok, facciamone un musical". Ci sono i richiami alla Hollywood sfavillante dei grandi cantanti e ballerini, vediamo fugacemente Fred Astaire e ascoltiamo, a più riprese, un classico come "That's Entertainment". Va bene, ma perché?
La parola chiave è una: fantasia. "Joker: Folie à deux" non nasce musical, ma lo diventa. All'inizio accade in sordina, poi - via via che la follia del protagonista Arthur Fleck si risveglia, quando cessa di prendere le medicine nel carcere psichiatrico nel quale è ambientata buona parte del film - assume sempre più importanza e minutaggio.
La musica qui è l'incarnazione della fantasia e la fantasia, per Joker, fa rima con follia. A processo per gli omicidi del primo film, Arthur viene difeso con una tesi molto semplice: non è stato lui a uccidere, è stata la sua personalità malata, incarnata nel clown malvagio. Minuto dopo minuto Arthur sparisce sempre di più dentro a Joker, in un turbinio di numeri musicali e duetti con il suo amore, Harley Quinn. Un sentimento che alimenta questa follia, un combustibile estremamente pericoloso.
Ma quando c'è crisi la musica si ferma: non è più tempo di canzoni se l'amore si raffredda. Quando la realtà si riappropria del suo spazio l'affascinante Joker, amato dalle folle, sparisce e al suo posto resta l'insignificante Arthur, che nessuno ama.
"Joker: Folie à deux" è destinato a dividere. Joaquin Phoenix è straripante, da nomination sicura per la più ambita statuetta. Se dovesse ripetersi (possibile) sarebbe senza precedenti. Gaga non entusiasma nello stesso modo. Vero è che al cinema appare più o meno sempre uguale a se stessa, ma il suo personaggio - interessante, complesso e ambiguo - avrebbe potuto avere più spazio. E lo avrà, in un probabile spin-off dedicato. Ottimo anche il resto del cast, a partire da Brendan Gleeson.
Non si mette nemmeno in discussione la regia di Phillips, magistrale. Le scelte possono convincere oppure no, è una questione di gusti e sensibilità. C'è tutto per considerarlo un grande film, oppure un'altrettanto intensa delusione - soprattutto da parte di chi si aspettava un secondo capitolo in continuità non solo tematica, ma anche stilistica con il precedente. Chi non digerisce i musical lo troverà piuttosto indigesto.
Il lungo finale? Sorprendente e sconvolgente.




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