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LUGANO

«La paura apparentemente unisce, ma sotto sotto disgrega»

Arianna Porcelli Safonov e la sua "Fiabafobia" saranno questo pomeriggio alle 18 al Boschetto del Parco Ciani di Lugano
«La paura apparentemente unisce, ma sotto sotto disgrega»
LONGLAKE FESTIVAL
«La paura apparentemente unisce, ma sotto sotto disgrega»
Arianna Porcelli Safonov e la sua "Fiabafobia" saranno questo pomeriggio alle 18 al Boschetto del Parco Ciani di Lugano
LUGANO - Si pensa che, diventando adulti, si acquisiscano gli strumenti per controllare le proprie paure, se non per dominarle. Invece non è così - e la realtà contemporanea ci offre continue dimostrazioni. Lo sa bene Arianna Porcelli Safonov, aut...

LUGANO - Si pensa che, diventando adulti, si acquisiscano gli strumenti per controllare le proprie paure, se non per dominarle. Invece non è così - e la realtà contemporanea ci offre continue dimostrazioni. Lo sa bene Arianna Porcelli Safonov, autrice di "Fiabafobia" e che sarà presente venerdì pomeriggio dalle 18 al Boschetto del Parco Ciani a Lugano, nell'ambito di LongLake Festival.

Ogni tempo ha le sue paure. Ce n'è una in particolare che caratterizza quella attuale?
«Probabilmente esiste un comportamento che caratterizza quest'epoca. Fino a poco tempo fa si aveva timore di raccontare le proprie paure. Invece adesso è attraverso di esse che facciamo amicizia. Il Covid è stato un esempio plateale. Quando ci siamo appoggiati agli altri parlando di contagi, è come se la paura fosse diventata un palliativo».

Ha scoperto, grazie a questo spettacolo, qualche fobia di cui nemmeno sospettava l'esistenza?
«Purtroppo le conosco tutte (ride, ndr). Lo spettatore deve essere rincuorato dal fatto che si parte parlando delle mie, di paure. Che sono quelle classiche: dei serpenti, di volare in aereo, ma anche di camminare da soli nel bosco per tornare a casa dopo aver parcheggiato la macchina. Questa è proprio la mia situazione autobiografica. Da qui si ricavano non soltanto risate, perché è uno spettacolo molto divertente, ma anche una riflessione su quanto ci dispiace dimostrare agli altri che non siamo sempre sul pezzo».

Si va a incrinare quell'immagine di successo inscalfibile che molti cercano di proporre tramite i social.
«Non siamo sempre super impegnati e cool. Ritornando alla prima domanda, mi viene in mente che una delle paure è proprio quella di avere del tempo libero. Siamo talmente concentrati sul comunicare agli altri quanto siamo occupati che abbiamo paura di avere finalmente del tempo libero da concederci».

È una riflessione che può avere degli effetti dirompenti.
«La risata serve proprio a comunicarci questa grande verità. Se fossimo seri, molte persone rimarrebbero deluse. Invece, per fortuna, la satira dà la possibilità di far perdere peso specifico alle cose più gravi»

In altre parole, possiamo dire che il re non è nudo, ma ha paura.
«Il re ha paura proprio perché è nudo (ride ancora, ndr).

Si può o, addirittura si deve, scherzare su ciò che ci fa paura?
«È una problematica che ha tanti risvolti politici e intellettuali. In Italia sembra che ci sia ormai un protocollo delle cose di cui non si può più ridere. Non solo chi fa il mestiere di comico spaventa, ma anche chi si occupa di antropologia, sociologia e psicologia.

Ad alimentare le paure ci si mette spesso anche la politica.
«È un metodo antico e di grande semplicità. Purtroppo è ancora efficace, a quanto pare. Un'altra riflessione che faremo, sempre sorridendo e attraverso degli aneddoti ridicoli, è che la paura apparentemente unisce, ma sotto sotto disgrega. Faccio l'esempio del Covid e del musulmano con lo zainetto contenente l'esplosivo, nello spettacolo ne parlerò tantissimo. Sono due elementi topici che portano sempre ad avere paura di una persona che è diversa da noi, perché malata o straniera».

Che tempi sono, questi, per la satira?
«È così poco utilizzata che c'è un ampio spazio di mercato, se dovessi vederla dal punto di vista imprenditoriale. A livello di carriera, fare satira è assolutamente controproducente. Tuttavia, il pubblico offre un barlume di speranza, nel senso che in tour incontro tantissime persone che ne hanno fame e non sanno dove andarla a prendere».

Se lo Stato non la propone, tramite la televisione, ci pensano le piattaforme, il web e soprattutto gli spettacoli dal vivo.
«I social si stanno in qualche modo adeguando a questa malsana tendenza di riprogrammare le aspettative e i gusti dello spettatore. Mentre il teatro, l'evento dal vivo in generale, sta vivendo secondo me un momento virtuosissimo d'innovazione. Forse sta passando inosservato, ma ne sono molto contenta. Probabilmente lo protegge».

È ancora un'isola di libertà.
«Ecco perché è così poco frequentata».


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