90 anni di stile: l'Italia festeggia Giorgio Armani

«Sono pragmatico e razionale, ma le mie azioni vengono tutte dal cuore». Lo stilista piacentino spegne oggi 90 candeline.
MILANO - In un mondo in cui chiunque dice tutto e il contrario di tutto, lo stilista italiano Giorgio Armani si accinge a festeggiare 90 anni di coerenza. Nato a Piacenza nel 1934, Armani è a capo di un gruppo fieramente indipendente, simbolo del made in Italy.
In 50 anni di lavoro, consacrati da copertine su Time, mai una contraddizione, uno sgarro a un'etica fatta di dedizione e passione. Che Giorgio Armani sia un perfezionista, capace di controllare ogni uscita di una sfilata una a una, di sorvegliare da vicino ogni dettaglio, è cosa nota.
«Sono pragmatico e razionale, ma le mie azioni vengono tutte dal cuore» ha sottolineato però lui, presentando anni fa il libro intitolato proprio 'Per amore'. «Sono un creativo razionale, ma la spinta - le parole pronunciate nella sua Piacenza in onore della laurea honoris causa conferitagli dall'Università Cattolica - nasce sempre dalla passione, da un'intuizione e dal desiderio bruciante di realizzarla. Ogni idea, in fondo, è frutto di un innamoramento e questo lavoro, che per me è la vita, è un atto continuo di amore».
Nel suo intervento di fronte agli studenti della Cattolica, Giorgio Armani aveva ricordato anche uno dei momenti più duri della sua vita, la morte del socio e compagno Sergio Galeotti, mancato nel 1985, dieci anni dopo aver fondato con lui la Giorgio Armani.
«Il destino mi ha messo a dura prova e, a seguito della scomparsa del mio socio, per far sì che la Giorgio Armani sopravvivesse, ho dovuto occuparmi di persona dell'azienda. Molti pensavano che non ce l'avrei fatta, ma - aveva raccontato con grande sincerità - grazie alla mia caparbietà e al sostegno delle persone a me vicine, sono riuscito ad andare avanti».
I momenti difficili - la lezione consegnata ai giovani - «li ho superati con l'impegno e la dedizione e il rigore, i valori che ho assimilato in famiglia e che raccomando sempre di seguire per dar forma a ciò in cui si crede, ancora di più oggi che si moltiplicano i successi effimeri perché ciò che chiede impegno dura».
All'inizio della carriera, arrivato da Piacenza a Milano, anche per lui non è stato semplice: dal maggiolino Volkswagen venduto per lanciare l'attività alla paura di non essere all'altezza, ma poi «piano piano - raccontava a un'anteprima cinematografica qualche anno fa - ho preso forza e coraggio di voler essere qualcuno in questa avventura».
E lo ha fatto lasciando un'impronta indelebile, che non è fatta solo di stile, ma di una visione di grande rigore: «Non sono un visionario - diceva presentando il libro che porta il suo nome - ma una persona con i piedi per terra. Vivo la quotidianità in un mondo che ho pensato di poter servire, cui essere utile con questo lavoro».
E lo ha fatto cambiando «il modo di vestire di uomini e donne, e questa - spiegava qualche anno fa - è una delle più grandi soddisfazioni». «Ho fatto la mia rivoluzione, sottile e sussurrata ma pesante - le sue parole - scardinando delle regole dell'abbigliamento che c'erano da 30-40 anni, come proporre un abito da sera con il tacco basso, togliere rigidità alla giacca, immaginare che una donna potesse essere vestita come un uomo».
Ce ne sarebbe per riposare sugli allori, ma per Giorgio Armani vita e lavoro sono sempre stati una cosa sola, tanto che - appena concluse le sfilate del Privé a Parigi e quelle dell'uomo di giugno - a ottobre dopo la Milano Fashion Week tornerà a New York per inaugurare il nuovo building della Maison su Madison Avenue con una sfilata e una festa.




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