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INTERVISTANino D'Angelo: «Quella volta che mi spararono in casa»

15.02.23 - 06:30
Arriverà a Lugano il 5 marzo. Dalla povertà degli esordi, al razzismo che ha subito. Fino a un grande dolore. L'ex scugnizzo si mette a nudo
Nino D'Angelo
Nino D'Angelo: «Quella volta che mi spararono in casa»
Arriverà a Lugano il 5 marzo. Dalla povertà degli esordi, al razzismo che ha subito. Fino a un grande dolore. L'ex scugnizzo si mette a nudo

LUGANO - Un poeta in fondo lo è. In quarant’anni di attività ha scritto brani che hanno fatto sognare e magari innamorare. Che non sappia parlare non ci crede nessuno, visto che tra canzoni, film, colonne sonore, libri, partecipazioni televisive ha dimostrato di saperci fare anche con le parole. Nino D’Angelo farà tappa a Lugano il prossimo 5 marzo al Palazzo dei Congressi, con lo spettacolo “Il poeta che non sa parlare” (Clicca qui per i biglietti).

«In realtà - ci dice subito - da bambino non amavo andare a scuola. La maestra di italiano mi diceva sempre: ‘Tu sei un poeta che non sa parlare, arrivi al cuore della gente anche quando non sai parlare’. È una frase che mi sono portato addosso per molti anni e ora l’ho ripresa per il mio ultimo album.  Oggi tutti mi chiamano poeta, eppure un tempo c’è stato chi mi aveva detto che ero un poeta che non sapeva parlare».

Nel disco c’è una canzone in cui dice è cambiata la vita, il tempo, è cambiata la musica e noi non ci riconosciamo più. Le piace il tempo che stiamo vivendo?
«La canzone l’ho scritta durante la fase finale della pandemia. Si diceva che il covid ci avrebbe cambiato. Ma non è stato così. Quando l’emergenza è finita ci siamo risvegliati esattamente come eravamo prima. Il mondo non era migliorato affatto. In Italia poi…. quando  durante una pandemia si arriva perfino a cambiare un governo, allora vuol dire che non si è capito quanto sia importante la vita. Il brano nasce dalla voglia di parlare solo d’amore. Non volevo più sentire tragicità».

Qual è stato il momento più tragico della sua vita?
«Sicuramente la morte di mia madre. È stato un dolore grande. Una mazzata che mi ha buttato in una profonda depressione. Ero un mammone, e la sua scomparsa mi ha segnato molto».

E il momento della carriera in cui le è sembrato di toccare il cielo con un dito?
«Sicuramente la nascita dei figli e l’arrivo dei nipoti. Ho avuto tanto dalla vita, difficile dire quale è stato il momento più bello. Quando si arriva dalla povertà e diventi improvvisamente così famoso devi essere solo felice, non puoi recriminare nulla».

Per tanti anni è stato snobbato dalla critica. Poi l’hanno rivalutata. Oggi cosa direbbe a quei critici che l’hanno sottovalutata.
«Non mi è mai interessato molto di quello che dicevano. Quando uno ha molto successo inevitabilmente suscita invidie e antipatie. Io in fondo ero un ragazzo che arrivava dal Sud, senza istruzione, pensa che vivevo in una casa che ad una certa ora si spegneva la televisione. In quegli anni avevo pure subito forme di razzismo».

Addirittura razzismo? Cosa era successo?
«Le persone di colore di una volta eravamo noi meridionali, ed io essendo simbolo del meridione ero quello che veniva deriso di più. E vogliamo parlare del razzismo musicale?»

Parliamone.
«Venivo denigrato per tutto ciò che facevo. Il successo che ho avuto ha dimostrato il mio valore. Ad un certo punto è cambiato il modo di vedermi. Prima guardavano solo il caschetto biondo. Poi si sono accorti che sotto quel caschetto forse non c’era una persona colta, ma di certo una persona intelligente».  

Quest’anno sono 40 anni da Nu jeans e na maglietta, che è stata una delle vette più alte della sua carriera. Il film incasso 8 miliardi di lire. Più di Flashdance. Come erano quegli anni?
«È stato il disco della consacrazione. Mi ha fatto conoscere ovunque. Mi sembrava di vivere un sogno. La mia vita era completamente cambiata. Erano anni belli non solo per me ma anche per l’Italia».

Quelle canzoni sono molto diverse dal suo repertorio attuale. Le canta ancora volentieri?
«Certamente. Non rinnego affatto il mio passato. Il mio passato è la mia ricchezza più grande. Io vivo la povertà come un insegnamento, se fossi nato ricco non avrei avuto tutti questi sentimenti per scrivere le mie canzoni. Io so cosa significa essere povero, e quando sai cosa vuol dire non avere niente allora resti sempre con i piedi per terra e riesci ad apprezzare il poco che hai».

È nato povero eppure ce l’ha fatta. Qual è stato il segreto?
«Il talento non ha ragioni sociali. Se hai passione e talento, e un po’ di fortuna, ce la puoi fare. Io le ho avute tutte e tre».

Lei napoletano verace che però non abita a Napoli, ma a Roma. Le dispiace? 
«La camorra sparò dei colpi di pistola contro la mia abitazione negli anni ottanta. Avevo i figli, ci spaventammo e ce ne andammo via. Amo molto Napoli, ma a causa di quell’episodio - la camorra non guarda in faccia a nessuno - fuggimmo affinché i miei figli non avessero paura». 

Oggi tornerebbe a Napoli?
«Ci torno regolarmente, ma ormai i miei figli hanno costruito vite e amicizie a Roma. A dir la verità non ho mai abbandonato Napoli, ho ancora una casa lì e ci vivo almeno cinque giorni alla settimana, gli altri due sono a Roma». 

Ha aperto un po’ la strada ai futuri neomelodici che sono venuti dopo di lei. Come le sembrano?
«Non sono mai stato un neomelodico. Loro sono venuti dopo di me. Hanno 20-30 anni meno di me, ascoltavano le mie canzoni. Sono stato una cellula musicale che ha dato vita a tutta una generazione di neomelodici. Ce ne sono alcuni bravi, altri meno, ma non amo dare giudizi. Alla fine è il pubblico che decide». 

Nell’album c’è "Campio’" dedicata a Maradona. Per lei Maradona cosa è stato e chi era.
«Per me rappresenta il calcio, che insieme alla musica è la mia passione più grande. Ho avuto il piacere di conoscere il più grande giocatore di tutti i tempi e di essere suo amico. E di vivere con lui due scudetti per il Napoli. Ho fatto anche un film su di lui “Tifosi”. Mi ha scosso molto la sua morte. Stavamo spesso insieme. La gente non sa quanto era bravo e disponibile in privato». 

Non era proprio un santo, però.
«Tutti facciamo degli errori. E lui gli errori li ha pagati con la vita».

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