«Per godere "Dawn Chorus" bisogna voler passare del tempo con quei ragazzi, su quelle isole»

LOCARNO«Per godere "Dawn Chorus" bisogna voler passare del tempo con quei ragazzi, su quelle isole»

28.04.22 - 06:00
Il primo lungometraggio di Alessio Pizzicannella arriverà nei cinema ticinesi dal 5 maggio
VENUS AND BEYOND / GIUSEPPE TOJA
«Per godere "Dawn Chorus" bisogna voler passare del tempo con quei ragazzi, su quelle isole»
Il primo lungometraggio di Alessio Pizzicannella arriverà nei cinema ticinesi dal 5 maggio

LOCARNO - Venerdì 29 aprile è in programma alle ore 20.30, al Palacinema di Locarno, l'anteprima di "Dawn Chorus", il primo lungometraggio scritto e diretto da Alessio Pizzicannella. Il film, una produzione Venus and Beyond Multimedia in coproduzione con RSI Radiotelevisione svizzera, Jasa Productions, Nightswim, Los Hermanos, Jumyam e Central Productions, sarà distribuito in Svizzera da Noha Film e uscirà nei cinema ticinesi il 5 maggio, con una proiezione speciale al Lux di Massagno domenica 8 maggio.

Un film che Pizzicannella - conosciutissimo in Ticino quale fotografo ufficiale del Festival di Locarno e che solo pochi mesi fa ha pubblicato il suo primo libro, "Rito di passaggio" - ha interamente ambientato sulle isole di Brissago e nel quale si racconta l’incontro di quattro ragazzi che, arrivati al termine di un girovagare per il mondo zaino in spalla, sono costretti a una sosta forzata in mezzo al Verbano. La scoperta del cadavere del figlio del proprietario dell’hotel - colui che li aveva portati sull’isola - e la lettera di addio che scriveranno ai suoi genitori li costringerà a mettersi a nudo di fronte alla vita e al futuro. 

Il film è stato girato nel 2019, con un budget ridotto all'osso e con attori pescati nella scena cinematografica anglosassone. Ecco cosa ci ha raccontato il regista nonché sceneggiatore.

Alessio, partiamo dal titolo: "Dawn Chorus" come la canzone di Thom Yorke...
«Che fa parte della colonna sonora e sono felicissimo di averla potuta usare, ottenendo i diritti. È uscita nell'estate 2019, mentre preparavamo le riprese del film e l'ho sentita in loop per tutto il tempo del montaggio. Per anni, in sostanza».

Per te sono mesi di debutti: il tuo primo libro, il tuo primo lungometraggio… Come stai vivendo queste “prime volte”?
«Bene, anzi benissimo. Mi diverto molto. Arrivano due momenti che aspettavo da tanto: domani c'è la presentazione del film a Locarno e circa un mese dopo sarò a Soletta con "Rito di passaggio". Saranno trenta giorni pazzeschi, per me. È bello veder finalmente "sbocciare" due progetti con i quali vivo da tanti anni. Poi ho una voglia di uscire di casa che non ti puoi immaginare... Spero che anche il film, dopo il libro, mi faccia girare».

C'è un parallelismo tra quanto hai raccontato nel libro e nel film? Non si tratta, in fondo, di due momenti di passaggio, di transizione?
«L'ho fatto inconsciamente: me ne sono reso davvero conto solo durante le presentazioni del libro. Giuro che non ci avevo proprio pensato, anche perché questi lavori - che escono quasi insieme per pura casualità, per "imbuto" legato al Covid - sono nati in momenti diversi. È nato prima il romanzo, il film è venuto dopo».

Che rito è quello del film?
«Qualcosa che forse appartiene più al mondo anglosassone che al nostro: l'anno sabbatico zaino in spalla in giro per il mondo. È quel periodo "cuscinetto" tra la fine della scuola e l'inizio del lavoro, che ti prendi per sfuggire ancora per un po' alle responsabilità che poi dovrai affrontare per il resto della tua vita. La voglia, se devo essere sincero, era - più che raccontare una storia - quella di ricreare quell'atmosfera lì, di "galleggiamento" e di paura nel tornare nel mondo "vero"».

Ti sei basato sul tuo vissuto personale?
«Sì, ho fatto l'anno sabbatico zaino in spalla e mi ricordo la sensazione di vivere in una bolla, insieme alle tante persone che incontri nelle piccole porzioni di viaggio qua e là. Tutti sono nella stessa situazione e mi ricordo che anche solo la telefonata a casa era un dramma. Significava parlare di cose concrete e uscire da quella atmosfera. Mi vergognavo del fastidio che provavo nel chiamare casa, mi sentivo in colpa. Poi mi è stato confermato che è abbastanza comune».

Anche la storia, quindi, viene dalle tue esperienze?
«Solo l'ispirazione, non ho fatto sparire il cadavere di nessuno (ride, ndr). Ma ci fu un episodio durante quel viaggio che mi fece riflettere: conobbi dei ragazzi inglesi e uno di essi annegò. Gli amici, con i quali erano partiti insieme da Oxford, sbrigate le pratiche burocratiche e rimpatriata la salma continuarono il viaggio. Questo mi colpì molto, ma capii - in seconda battuta, non subito - che era una scelta che, in quel momento, aveva perfettamente senso».

Fai dire a una delle protagoniste a proposito dei compagni d'avventura: «Gente in fuga, più che dei naufraghi».
«Loro non lo sono affatto: non fanno granché per andare via dalle isole... Questo tempo in più, in fondo, è tutto di guadagnato».

Nel film la riva sembra così vicina, ma anche così lontana...
«Perché loro, a riva, non ci vogliono arrivare. La allontani se non la vuoi».

Le Isole di Brissago sono ammantate di un alone di mistero...
«Qui le diamo per scontate, ma nessuno di coloro che hanno visto l'anteprima del film all'estero hanno inizialmente creduto che fossero in Svizzera! Pensavano anzi che la neve sulle montagne fosse stata aggiunta in post-produzione - ma non avevamo i soldi per farlo, è tutto vero (ride, ndr). L'isola tropicale nel lago svizzero crea molta curiosità».

Hai voluto sfruttarne, quindi, il potenziale rileggendole in chiave onirica?
«Tutto parte dalla location. Vedere quella porzione di foresta pluviale, con le Alpi sullo sfondo, suggerisce sicuramente qualcosa di surreale. Anche i personaggi sono stati creati così, un po' sopra le righe, affinché s'inserissero in questo contesto. Alla fine credo che sia una storia abbastanza realistica, ma non fino in fondo: quello che succede è vero, ma fino a un certo punto».

Il cadavere del giovane simboleggia forse la morte dell'esperienza girovaga e l'ingresso nell'età adulta?
«È sicuramente una chiave di lettura. Scrivo in modo molto veloce e, se devo essere sincero, cerco di evitare qualsiasi tipo di tema o messaggio. Tento di scrivere e basta. Sicuramente questo film, per me, ha molto a che fare con le seconde chance, che nella vita - al contrario dei film hollywoodiani - arrivano sempre in maniera un po' "sporca"».

Un po' come in "Professione: reporter" di Antonioni...
«Qui vai a toccare l'animo più sensibile (ride, ndr). Sono esageratamente fan di Antonioni ed è stato un grande riferimento soprattutto in montaggio. In tanti spingevano sul film di genere, ma ho tenuto duro col montatore e ci siamo ispirati a lui. "Professione: reporter", certamente, ma soprattutto "L'avventura" - l'isola, il mistero e Antonioni che se ne frega abbastanza di spiegare se la ragazza scomparsa è scappata, è stata uccisa o altro».

Sono modelli cinematografici di alto livello...
«Se mi devo ispirare, punto in alto! È una mossa pericolosa, ma è stata divertente da fare».

Colpiscono molto i contrasti tra luce e oscurità: quanto sono stati importanti per te e il direttore della fotografia Marko Brdar?
«Marko è un artista, una delle scoperte più belle di questa esperienza. È un'anima molto affine a me, poco interessata alla tecnica e disposto a cercare la poesia nelle immagini. Abbiamo lavorato con pochissimi mezzi: avevamo due lampadine, abbiamo utilizzato molto gli specchi... Abbiamo cercato di raccontare ogni scena cercando di fare cinema, usando i linguaggi che gli sono propri».

Quale chiave di lettura consigli allo spettatore?
«Per godere "Dawn Chorus" bisogna voler passare del tempo con quei ragazzi, su quelle isole. E di pensare che i vari lockdown hanno fatto vivere a tutti noi una versione della sospensione, della "bolla", che - per chi ha avuto la fortuna di non essersi ammalato - abbiamo subìto, ma anche goduto, temendo un poco il ritorno alla normalità».

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