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ITALIAI Måneskin e il provincialismo italiano: «Da noi o sei Battiato o sei un tamarro»

08.11.21 - 11:30
Manuel Agnelli elogia la band romana, della quale è stato coach a "X Factor" nel 2017
IMAGO / Italy Photo Press
I Måneskin e il provincialismo italiano: «Da noi o sei Battiato o sei un tamarro»
Manuel Agnelli elogia la band romana, della quale è stato coach a "X Factor" nel 2017

ROMA - Quando Manuel Agnelli ha visto i Måneskin sullo stesso palco dei Rolling Stones a Las Vegas, «mi sono sentito orgoglioso di loro, perché vanno avanti con una grande sicurezza, molto naturali, senza montarsi la testa». Il cantautore, che fu loro coach a "X Factor", fa l'elogio della band romana, che sta vivendo un 2021 indescrivibile. «Condividere poi il palco con la band più grande del mondo non li ha immobilizzati. E non dimentichiamo che sono andati a cantare prima degli Stones in italiano. È la cosa più bella: stanno aprendo un portone, cancellando una discriminazione storica nei confronti del rock nel nostro Paese».

Il frontman degli Afterhours spiega, intervistato dal Corriere della Sera: «In America oggi non sono razzisti dal punto di vista musicale. Se sei bravo, sei bravo: là puoi venire da dove vuoi, l’America sa essere molto accogliente con chi sa fare. Il problema è un altro semmai: come li percepiamo di noi...». E com'è lo sguardo italiano? Sicuramente più provincialista, a parere di Agnelli: «Solo in Italia, sui Måneskin, si cercano i difetti prima dei pregi. Perché da noi o sei Battiato o sei un tamarro, non c’è il concetto di rock nazionalpopolare e di qualità. I Rolling Stones non sarebbero mai nati qui».

Dicevamo del 2021 da sogno dei quattro ragazzi romani, che prima di conquistare spazi sulla tv e sui palchi americani hanno inanellato le vittorie a Sanremo e all'Eurovision. «E di solito vincere quest’ultimo, fin troppo trash, non ti porta da nessuna parte, vedi ad esempio il caso di Conchita Wurst. Ma loro sono stati capaci di scegliersi i tempi, di cavalcarli, senza pianificare. Dimostrando un istinto mostruoso». Che s'intravedeva già nel 2017: «Era una band "verde», suonava benino ma non benissimo, avevano un piglio fricchettone e un look approssimativo. Ma la personalità l’ho colta subito».

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