Locarno Film Festival/Ti-Press
Phil Tippett
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LOCARNO
06.08.2021 - 13:020
Aggiornamento : 15:14

«Quando Spielberg ha detto: “Facciamo i dinosauri con il computer”, io ho perso la testa»

Guru degli effetti speciali (fatti a mano) che hanno fatto la storia, Phil Tippett ha incontrato il pubblico del Pardo

LOCARNO - Lunga barba bianca, occhiali neri e un'allure decisamente da rockstar, così il 69enne Phil Tippett ha incontrato oggi alla Rotonda i media e il pubblico del Film Festival Locarno.

Insignito giusto ieri sera in Piazza Grande del Vision Award, è uno di quei nomi (l'altro è la sceneggiatrice Gale Ann Hurd) di questa 74esima edizione che hanno fatto la storia del cinema contemporaneo, pur restando dietro le quinte.

Suoi sono le creature, i mostri e gli animali fantastici di tantissime produzioni che hanno fatto epoca. Da “Star Wars” fino a ”Jurassic Park” passando per “Indiana Jones e il tempio maledetto”, “Robocop”, “Willow” e tantissimi altri: «Ho avuto da sempre una passione particolare per i mondi fantastici», spiega Tippett introdotto per l'occasione dallo scrittore e sceneggiatore Manlio Gomarasca, «ma quando abbiamo iniziato a fare queste cose non c'era la tecnologia che c'è oggi, come tanti ho dovuto imparare da solo, praticamente da zero».

La sua vera e propria fissa per l'animazione in stop motion parte da un film in particolare: «Da bimbo ho visto “King Kong” e ne sono rimasto folgorato, soprattutto la scena con il combattimento fra lo scimmione e il tirannosauro». Da lì è partita una vera e propria ossessione: «Passavo il tempo a guardare film e costruire modellini e bambole per provare poi ad animarli. Ho avuto una gioventù molto solitaria, non è che odiassi la gente, preferivo le mie cose».

La possibilità di fare della sua passione un lavoro è poi arrivata a 16 anni compiuti: «Sono stato assunto da Cascade Pictures, che realizzava perlopiù pubblicità. Era un lavoro vero, anche se la paga era da fame. Ricordo che la prima cosa che ho fatto è stata animare un automobilina per uno spot con l'attore Dick Van Dyke».

Vero e proprio incoronamento per Tippett è stato il lavoro con la Industral Light & Magic per la trilogia originale di “Star Wars”, quella diretta da George Lucas: «Era davvero un ottimo capo, sapeva come tirare fuori il meglio dalle persone e non si lamentava né polemizzava mai».

Suo il contributo per alcune delle scene più memorabili: come quelle del bar alieno Cantina del primo “Guerre Stellari” e gli scacchi marziani che si vedono nella partita fra Chewbacca e il droide D-3BO: «Un giorno George è venuto a trovarci e ha visto alcuni mostriciattoli a cui stavo lavorando e mi ha detto: ”Questi possiamo usarli?” e io: “Certo, ma dove?” e lui: “Non ne ho idea”. Alla fine gliene ho costruiti 10, di questi ne ha scelti 8», e il resto è storia.

Altro suo contributo notevole alla saga - che gli varrà poi un Oscar per “Il ritorno dello jedi” - sono i tauntaun, delle sorte di cavalli-capra del pianeta siderale Hoth che vengono cavalcati da Luke Skywalker ne “L'impero colpisce ancora”: «È stato molto impegnativo dar loro la giusta vitalità, inizialmente l'idea era quella di realizzare un costume che doveva essere indossato da un essere umano ma abbiamo capito subito che la cosa non poteva funzionare».

Culmine del suo percorso è senza dubbio l'epocale “Jurassic Park”: «Doveva essere un film tutto in stop-motion e ci eravamo molto preparati, poi Steven (Spielberg, ndr.) ha visto quello che si poteva ottenere usando la computer grafica e ha detto: “Sì, è così che dev'essere”. Lì per me è stato davvero uno shock, l'ho presa molto male e ho davvero perso la testa. Ho pensato: "Bene, qui finisce la stop-motion, qui finisce la mia carriera". Poi però mi sono reso conto che avevo ancora molto da dire, molte cose che avevo imparato negli anni, soprattutto per quanto riguarda i movimenti delle creature. E quindi ho ripreso a lavorare e sono stato parte integrante dell'intero processo».

 

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