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LOCARNO
17.03.2020 - 06:000
Aggiornamento : 18.03.2020 - 11:12

Perde tutto due volte. Ma si rimette in piedi grazie all'arte

La storia di Barbara Tosti, artista locarnese che ha lasciato l'arte "materica" per raccontare processi di guarigione

Il percorso comunicativo di un'artista. La sua urgenza espressiva. Un mondo fatto di immagini forti figlie di viaggio introspettivo

LOCARNO - L’arte, a volte, trova la luce grazie a percorsi di vita difficili, traumatici. Ma soprattutto grazie alla sensibilità di chi è in grado di tradurre il dolore in qualcosa d’altro, in una sorta di percorso alchemico. Come quello di Barbara Tosti, artista locarnese la cui vita è stata un susseguirsi di montagne russe, di cadute dalle quali è sempre riuscita a rialzarsi.

Barbara ha trovato proprio nell’arte la forza, ogni volta, per rimettere insieme i cocci. Eppure, per una strana ironia della sorte, di tutta la sua produzione passata è rimasto ben poco. «È per questo che oggi ho deciso di creare in digitale. È come se la mia produzione “materica” fosse in qualche modo sfortunata, o destinata a non durare».

Così è accaduto una 20ina di anni fa, quando l’artista, mamma da poco, ha visto volatilizzarsi in poche ore il frutto della sua passione: «La persona con cui vivevo fece sparire tutti i miei lavori, tre anni di produzioni tra quadri ad olio, disegni e poesie, gettandoli nella spazzatura. In quell’occasione persi tutto e dovetti ricominciare da capo. Sola e con una bimba».

Barbara riesce ad ottenere il divorzio e a trasferirsi nel locarnese. A malincuore decide di mettere da parte l’arte e dedicarsi ad altro. Nasce un secondo figlio. «Nel frattempo apro un negozio dedicato al mondo della maternità. Lo faccio con i risparmi sudati fino a quel momento. L’attività però non decolla e decido di tornare al mondo della comunicazione visiva. Ricomincio anche a dipingere e disegnare e tengo lezioni private. Per aggiornare le mie competenze, in un mondo, quello della comunicazione, sempre più tecnologico, scelgo la scuola di cinema, il Conservatorio Internazionale delle Scienze Audiovisive. Un investimento che prosciuga i miei risparmi, ma che comunque mi permette di acquisire competenze digitali da aggiungere alla mia formazione artistica analogica, cioè tradizionale».

A 15 anni di distanza accade di nuovo: «Un improvviso problema di “inabitabilità” mi costringe ad abbandonare in urgenza l’appartamento e l'atelier di pittura annesso. Ancora una volta perdo tutto quello che avevo prodotto». Barbara è costretta a ripartire da zero.

«La mia è un’urgenza espressiva. Scopro la Cryptoart, strettamente legata alla tecnologia Blockchain che consente ai nuovi linguaggi digitali di avere visibilità e mercato. Una nuova speranza alla quale lego il progetto partecipativo “#cicatriciebaci”, un percorso narrativo che racconta visivamente storie di cicatrici, di processi di guarigione. Sono ferite del passato, intessute nel vissuto di chi me le racconta, che fanno parte della sua essenza e che vengono donate a me, qui in veste di narratrice».

Nasce un percorso comunicativo/esplorativo attraverso il quale l’artista e chi è coinvolto nel processo artistico donano alla storia un nuovo volto, per restituirlo agli altri. «Un percorso che non oso definire terapeutico, ma è sicuramente un viaggio dentro di sé. La storia si trasla dalle parole alle immagini, subisce una metamorfosi. Vuole raccontare ciò che è impossibile a voce».

Un progetto, questo, a cui Barbara si dedica da due anni. «Ho lavorato con 22 persone. E accolgo sempre volentieri nuovi racconti, nuove persone da ritrarre e nuove collaborazioni». L’arte visiva dell’artista locarnese, infatti, nel corso di questo progetto è andata intersecandosi con progetti disparati quali, ad esempio, quello di Zuleika Tipismana, ragazza inglese priva di un braccio e una gamba e sostenitrice delle persone con disabilità. «Sul suo blog ha raccontato dettagliatamente il vissuto del nostro incontro e di ciò che ne è scaturito». O con il lavoro musicale di Max Pizio, «un connubio di improvvisazione e lavoro di riscrittura linguistica senza parole».

Alla fine, ciò che conta nell’arte è la possibilità di trasmettere un messaggio: «Credo che un giusto riconoscimento per questi vissuti sia doveroso. Noi tutti siamo degli eroi quotidiani, e va ricordato. Spero di poter stimolare un dibattito in merito all’argomento o esserne sostenitrice attraverso le mie immagini».

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