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LUGANO
27.11.2019 - 06:010

Dalle aziende lava cervello al villaggio dei misteri

Ecco “Silenzi”, il secondo romanzo del giovane ricercatore Luca Brunoni. Un libro che ci riporta nel passato, in una cupa località di valle, piena di segreti

di Redazione
PM

LUGANO – Di mestiere fa il professore e il ricercatore all’Istituto di lotta contro la criminalità economica dell’Alta scuola di gestione di Neuchâtel.

Luca Brunoni, luganese, classe 1982, si è però anche scoperto scrittore. Nel 2017 ha stupito la critica con “Il cielo di domani”
(Fontana Edizioni). Ora ecco il suo secondo romanzo, "Silenzi", stavolta edito da Gabriele Capelli.

Luca, il tuo primo romanzo parlava di aziende lava cervello. Silenzi è a tinte noir ed è ambientato nel mondo rurale. Tra i due sembra esserci un abisso. Ci spieghi questo passaggio?
Mi lascio trasportare dalla storia che ho voglia di raccontare, senza mettermi dei limiti in quanto a genere o ambientazione. Inoltre, siccome un romanzo mi tiene occupato per anni, mi piace variare. Scrivere Silenzi mi ha permesso di staccare dalla frenesia del mondo moderno e spostarmi con la testa in montagna, in un’epoca passata.

“Silenzi” in poche parole?
Silenzi racconta di una ragazzina che deve trasferirsi dalla città in un piccolo villaggio di montagna, negli anni ’50; porta con sé un segreto, ma scoprirà che il villaggio ne nasconde molti di più.

Da dove nasce questa storia?
L’avevo in testa da anni, avevo già delle bozze, pagine e pagine di appunti. Però sentivo che l’idea doveva ancora maturare. Aspetto sempre di avere ben chiaro il tono, il modo di raccontare, la struttura, e il tipo di emozioni che voglio far provare al lettore; solo allora comincio a lavorare a quella che diventerà la versione definitiva.

Un lavoro laborioso…
Per i primi due libri il processo è stato molto lungo. Si dice che il vero mestiere di chi crea romanzi non sia scrivere, ma riscrivere: capitoli, dialoghi, a volte il libro intero. In futuro mi piacerebbe riuscire ad affinare il metodo e magari procedere un po’ più spedito!

Un libro ambientato negli anni ’50 presuppone una ricerca storica. È così?
La fase di ricerca è stata importante, non soltanto per l’accuratezza storica, ma anche perché era essenziale creare la giusta atmosfera: volevo un villaggio di montagna svizzero isolato, un po’ cupo, in un’epoca in cui il richiamo delle città si faceva sempre più forte. Un palcoscenico dove fare muovere i miei personaggi e fare venire alla luce una serie di verità nascoste.

In Silenzi l’ambientazione non fa solo da sfondo alla trama, ne è parte integrante.
Il problema della ricerca è che genera una grande quantità di informazioni, e il rischio è che il romanzo poi risulti pesante, perché il lettore vuole una storia, non un manuale di storia. Spesso un dettaglio scelto bene ha molto più impatto che dieci messi in fila per dimostrare di avere fatto i compiti.

Vendere libri in un mondo che sembra essere sempre più pigro. Una sfida non da poco.
Le persone hanno un tempo limitato da dedicare alle storie, e la concorrenza di film e serie TV è spietata… In più escono decine di migliaia di libri ogni anno. Credo che sia sempre più importante, per chi scrive di romanzi, cercare di essere originali non solo nel soggetto, ma anche nel modo di raccontare.

Poi c’è l’altro lato della questione: far conoscere il libro al pubblico.
Oggi molti si affidano ai social network, ma non bisogna illudersi: un conto è ottenere un like o un cuoricino, un altro è guadagnarsi un nuovo lettore. Quel che è sicuro, però, è che l’autore non può starsene con le mani in mano una volta uscito il libro.

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