Auroro Borealo
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LUGANO
17.07.2019 - 06:010
Aggiornamento : 15:44

Ecco a voi "il miglior cantante stonato del mondo"

È Auroro Borealo, che venerdì sarà uno dei protagonisti del Buskers Festival di LongLake a Lugano

LUGANO - Lui si chiama Auroro Borealo ed è una felice anomalia nel panorama contemporaneo della musica indipendente italiana. Il suo ultimo disco «parla di cose molto stupide in maniera molto seria, o meglio è un disco che parla di cose molto serie in maniera molto stupida». Venerdì sarà a Lugano, ospite del Buskers Festival insieme alla sua band, i Capelli lunghi dietro.

Come mai ti definisci “il miglior cantante stonato del mondo”?
«Intanto perchè sono stonato! (ride, ndr). Poi perché è un po' il mio punto di forza: ho deciso di fregarmene del fatto che non so cantare e che scrivo le canzoni solo sui tasti bianchi del pianoforte e non scrivo melodie particolarmente articolate. Ho l'esigenza di scrivere delle cose e di stare sul palco, poi guardandomi un po' in giro mi sembra di percepire che non ci siano tanti altri cantanti consapevolmente stonati e fieri di esserlo. Quindi mi sono auto-attribuito il ruolo di "miglior cantante stonato del mondo". Comunque i live li teniamo bene e sono molto divertenti, eh!».

Cosa troviamo nel tuo ultimo album “Adoro Borealo”?
«Di fatto c'è tutto il mio universo, quasi tutte le mie influenze. Ho voluto fare una specie di "bigino" per qualcuno che si approccia per la prima volta ad Auroro Borealo. Dunque c'è tutto quello che mi ha formato, a livello musicale ma anche umano. È un po' una riflessione sulla cultura pop a cavallo tra il 20esimo e il 21esimo secolo, vista ovviamente da me e non pretendo che sia qualcosa di universale. Ci sono delle storie anche vere: "Gli occhi del mio ex" è una cosa che mi ha detto veramente una ragazza».

Davvero? Com'è andata?
«Mi guarda e mi fa: "Ma lo sai che hai gli occhi del mio ex?". Lì per lì ci sono un po' rimasto, perché non mi sembrava una cosa molto carina da dire. Poi in realtà mi ha fatto ridere e ci ho fatto una canzone».

Nel disco c'è una critica profondamente giusta alla società e ai media contemporanei, che è "Urlando CTRL-C".
«Era pensata per essere il pezzo, tra mille virgolette, "serio". Parla di tutti i lavoratori del mondo dei media, è un grido di frustrazione di chi passa tutto il giorno a fare copia e incolla. I nostri genitori non capiscono cosa facciamo, nessuno ci dà le garanzie, le ferie, un mutuo eccetera, e quindi siamo noi, inteso come generazione di 20-30enni, che ci organizziamo in maniera autonoma, facendo 3-4 lavori. Invece di dire "l'indeterminato è importante" diciamo chissenefrega: se dobbiamo comunque farci il c..o ce lo facciamo con i ritmi e i modi che diciamo noi».

Che mi dici invece di un singolo come "Sessone"?
«Anche quella è una storia vera, tra l'altro. C'era una mia ex che mi ha raccontato che prima di me usciva con uno studente d'ingegneria (spero di non offendere la categoria) un po', diciamo, serioso: un giorno lo va a trovare a casa sua e si accorge che in sala lui ha un biliardo. Allora lei ci sale sopra per fare la "provocatrice" e, mentre stavano entrando in intimità, lui le ha detto "Ho voglia di fare sessone". Ovviamente le è sceso il desiderio... Questa storia un po' squallida mi ha spalancato un immaginario di tutti quegli approcci verbali poco sexy e ci ho costruito attorno questa ballad tipo Albano e Romina nell'89. Contemporaneamente mi sono posto la questione: nel 2019 forse l'amore non basta più per fare andare avanti una relazione, ci vuole anche il "sessone"».

È stato più divertente lavorare con Johnson Righeira o con Ruggero de I Timidi?
«Johnson Righeira è ovviamente un mio mito totale da sempre. Il nostro percorso è molto affine e trovo in lui anche tanti punti di contatto: non si è mai definito un cantante, ci si è trovato in mezzo dopo che ha sviluppato "Vamos a la playa" e "L'estate sta finendo" da due idee che ha avuto. Per me è stato un grande onore. Ruggero de I Timidi credo che sia il più simile a me, ma da un altro punto di vista: è assolutamente autonomo ed è la chiave di tutto. Si organizza da solo i concerti, si pubblica da solo i dischi e poi ha un immaginario molto forte, sempre nell'ambito della musica che fa ridere. Lui è il capo di una corrente di cui facciamo parte io e lui, in Italia. L'unica differenza tra noi, se vogliamo, è che lui è un comico che fa il cantante e io sono un più un cantante che fa delle cose che fanno ridere. In realtà la collaborazione me l'ha proposta lui: mi ha detto "oh, se vuoi ci sono per un featuring" e io avevo "Sessone" lì...».

Leggevo in una tua vecchia intervista che non hai una grandissima opinione dell’attuale scena musicale italiana...
«Sono abbastanza vecchio rispetto alla media di chi fa musica in Italia adesso: ho quasi 35 anni e poi, essendo cresciuto con altra musica, mi annoio abbastanza velocemente e sono un po' snob. Rispetto il lavoro di tutti ma non è musica che mi appartiene. Ovviamente, quando c'è un filone che tira tanto, ci sono parecchi cloni... Riconosco dei talenti che mi piacciono molto: il percorso di Calcutta, che si è fatto largo grazie al passaparola e non tramite strategie commerciali, e anche quello di Frah Quintale».

Come mai hai voluto coinvolgere tua mamma in "Mio figlio è ipocondriaco"?
«Nel disco precedente avevo fatto questa canzone punk che si chiama "Villano" in cui c'erano tante parolacce. Fin da subito avevo in mente che quella canzone lì doveva avere un videoclip con persone un po' in su con l'età (non voglio dire vecchi altrimenti mia mamma s'arrabbia). Comunque dovevano essere sopra i 70 anni che facevano finta di suonare in una ipotetica band punk. Volevo creare un anacronismo: se avessi messo dei 60enni - l'età che ha adesso Johnny Rotten, per dire - avrebbero avuto l'età dei punk originali, invece usare gente che ascoltava i Beatles poteva essere alienante. Quindi ho messo mia mamma e i genitori di un amico. Quel video è stata la prima cosa che ha fatto parlare di me, solo che mia mamma non aveva capito che questa canzone era piena di parolacce e si è un po' arrabbiata e mi ha tenuto il broncio. Finché un giorno mi ha detto: "Se scrivi una canzone nelle mie corde, con un testo adatto te la canto".

Quindi è una sorta di riparazione?
«Lei in realtà sembrava così convinta e quindi le ho scritto una bossa nova nella quale ho cercato di mettermi nei suoi panni, mettendo a nudo il nostro rapporto e ipotizzando che nel mondo ci fosse un altro che avesse vissuto delle storie simili alle nostre. Sapevo che la bossa nova le sarebbe piaciuta».

In "Adoro Borealo" hai decisamente accantonato le parolacce, come mai?
«Mi sono reso conto che nella musica italiana c'è un po' in abuso di quelle che chiamo le parolacce "bianche", che non sono quelle che hanno l'intento di colpire ma che sono messe lì tanto per. Mi ha fatto capire che nella mia produzione non c'è più bisogno delle parolacce: se ormai sono sdoganate non sono più di rottura. Ho fatto questa scelta che è una delle cose più "ragionate" di tutta la mia produzione, ed è fatta non per soddisfare mia mamma ma perché non ne sentivo più il bisogno e volevo cercare un altro modo di arrivare al pubblico che non fosse quello facile di usare le parolacce».

Ti piace la dimensione live del busker, dell’artista di strada?
«Non avendo alcun tipo di capacità musicale vera - nel senso che so suonare tutti gli strumenti ma molto male, esattamente come so cantare - non ho mai avuto l'occasione e la possibilità di confrontarmi con il percorso dell'artista di strada perché avrei sicuramente preso un sacco di fischi! Mi fa piacere essere in questo contesto, è qualcosa che non ho mai vissuto e lo spettacolo che propongo con i Capelli lunghi dietro elimina un po' le barriere tra artista e pubblico e lo coinvolge molto».

Auroro Borealo come vede il mondo?
«È un po' un casino... Mi piacerebbe affrontare le questioni con due componenti fondamentali: l'ironia abbinata all'eleganza. Ovvero avere il buongusto di non dire necessariamente la propria quando non è necessario, ma allo stesso tempo d'intervenire quando è il momento giusto. Sulle questioni sociali e politiche ho le mie opinioni, come tutti, ma non le tiro fuori a meno che non sia strettamente necessario o che sappia di poter fare la differenza. Gli artisti a tutti i livelli hanno un grande potere, che va usato in maniera bilanciata, anche per non inquinare il messaggio. È facilissimo, per un personaggio come me, dire qualcosa ed essere preso sul ridere, ma si può fare ironia anche su cose serissime, arrivando magari a smuovere una o due persone alla volta».

È la tua prima volta in Ticino?
«Come Auroro Borealo sì, ma nel 2005 ho suonato con i PAY, una punk band di Varese, insieme ai Vomitors. Sono curioso di tornare in Ticino anche perché è di fatto la prima volta che usciamo dai confini tradizionali dell'Italia».

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