In "Allegro con fuoco" Beatrice Venezi spiega perché la classica non è un genere musicale solo per vecchi.
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ITALIA
14.06.2019 - 06:010
Aggiornamento : 16.06.2019 - 12:20

La missione di Beatrice Venezi: portare la classica ai giovani

Un'impresa disperata, quella del direttore d'orchestra 29enne? Proprio no, grazie (anche) ai social

LUGANO - Beatrice Venezi è uno degli astri nascenti della direzione d’orchestra, non solo in Italia ma a livello mondiale. Nonostante la sua giovane età (non ha ancora compiuto i 30 anni) ha già saputo farsi ammirare sulla scena internazionale. Purtroppo, a causa di un imprevisto, non ha potuto essere ospite il 1° giugno del Festival Poestate a Lugano, dove avrebbe dovuto presentare il suo saggio-autobiografia “Allegro con fuoco”, ma abbiamo comunque avuto modo di scambiare qualche parola con lei.

Maestro Venezi, di cosa parla nel suo libro?
«”Allegro con fuoco” è un libro sull’indubbio fascino della musica classica e sulla sua divulgazione. Credo che questo oggi sia un grande tema: per riempire le sale da concerto (sempre più vuote e i cui spettatori hanno un’età media sempre più elevata) e pensare al futuro delle istituzioni musicali - teatri e quant’altro - occorre partire dalla divulgazione. Oltre che dall’istruzione, ma questo è un altro capitolo (ride, ndr)».

Ai giovani si può parlare di musica classica con efficacia?
«Lo scorso anno ho condotto un esperimento attraverso i social: ho provato a fare delle Instagram Stories nelle quali raccontavo le trame delle opere e ogni volta venivano visualizzate da 2-3mila persone, che accedevano a un contenuto che fino a quel momento era stato lontano da loro. La musica classica, è noto, viene spesso considerata come qualcosa di difficile, addirittura di respingente o noioso».

Quindi i social possono aiutare a “salvare” questo genere musicale?
«Nella seconda parte del libro mi occupo della divulgazione (ovvero come proporre il contenuto). Credo che siano necessarie oggi delle forme diverse e più interattive, che coinvolgano e prevedano una comunicazione diversa. Tra di esse, per esempio, ci sono i social, che saranno anche dei contenitori vuoti ma che si possono riempire di elementi. Su YouTube alcuni dei video più visti sono quelli che iniziano con “How to…”, a dimostrazione che c’è molta voglia di capire come si fanno le cose».

Il suo libro non punta quindi solo a informare: cerca di far cambiare il punto di vista…
«“Allegro con fuoco” tratta una serie di argomenti che si propongono di abbattere i cliché sulla musica classica. Cerco altresì di dimostrare quanto noi siamo immersi in essa, magari senza esserne consapevoli: un esempio sono le colonne sonore delle pubblicità. Poi c’è l’esame delle opere, che possono sembrare così difficili quando in realtà prevedono gli stessi elementi narrativi che troviamo in serie tv e film. Spero, attraverso questo libro, di riuscire a instillare un po’ di curiosità e di riaccendere la passione, il fuoco per la musica classica così da farci innamorare (o re-innamorare) di lei».

Non è anche colpa del fatto che la prendiamo troppo sul serio?
«Troppo spesso ci dimentichiamo della dimensione ludica o del puro godimento estetico. Pensiamo che sia qualcosa che dobbiamo prima di tutto comprendere; invece c’è anche una parte di piacere legata all’esperienza musicale. Poi chiaramente, se si vuole e se si ha la possibilità, si può andare ulteriormente in profondità».

Quindi basta “rompere il ghiaccio” e tutto verrà di conseguenza?
«Io la vedo così. Un altro esempio: l’anno scorso ho fatto una proposta al Lucca Summer Festival per fare un altro esperimento: portare della musica classica sul palco sul quale da vent’anni si esibisce il gotha del rock. Lucca è la mia città d’origine, oltre che la patria di Giacomo Puccini, del quale ricorreva il 160esimo anniversario dalla nascita. All’inizio non ci credeva nessuno: si pensava che sarebbero arrivate 2000 persone, a dire tanto. Invece ne sono venute quasi 5000. Che vuol dire? Che se si ha l’opportunità, questo contenuto non lascia indifferenti».

In alcune interviste ha parlato contro le quote rosa e ha esaltato il merito. Il mondo della musica riconosce le qualità più o meno di altri ambiti?
«Più che altro dipende dalle zone geografiche in cui ci si trova. Lo scorso anno sono stata in Giappone per la prima volta e, per quanto quella sia una società fortemente gerarchica e indubbiamente maschilista, sono stata valutata puramente per il lavoro che ho svolto. Laggiù la meritocrazia è un valore che viene riconosciuto. In altri paesi probabilmente si fa più fatica, anche in Italia».

Capita ancora che qualcuno metta in considerazione le sue qualità per il fatto di essere giovane e donna?
«Assolutamente! Ci sono dei pregiudizi legati all’età e disparità di trattamento, anche economico, legati non solo all’età ma anche al genere. Insomma, il lavoro da fare è ancora lungo… All’estero invece mi sono sempre esibita nelle capitali con orchestre importanti, cosa che in patria non mi è stata ancora riconosciuta. In Italia, poi, siamo abituati che l’erba del vicino è sempre più verde (ride, ndr)».

E c’è ancora chi la critica per i suoi abiti?
«Sì, c’è chi pensa che sia troppo femminile! Mi sfugge qualcosa: io non sono una donna? Le critiche più feroci mi sono arrivate da altre donne e la cosa mi fa molto pensare: riusciamo a renderci complici di un modo di pensare che è controproducente per la nostra categoria. Ma forse sono io che voglio mettere in campo troppe innovazioni nello stesso momento. Non c’è soltanto la giovane età, l’essere donna e il voler rendere più democratica la fruizione della musica classica: addirittura mi permetto di non indossare il frac (ride, ndr). È una somma di cose che, messe insieme, possono infastidire qualcuno, ma vedo che il pubblico invece apprezza».

Capita che le ragazze la prendano come modello?
«Sì, mi scrivono per chiedermi consigli. Mi fa piacere, m’inorgoglisce che ci sia una dimensione della mia attività che va oltre l’aspetto prettamente musicale. È capitato che mi abbiano detto di aver scelto me come figura da trattare per la parte di musica della tesina della terza media!».

A quale direttore d’orchestra s’ispira?
«I miei modelli, che cito anche nel libro, sono due: Leonard Bernstein e Carlos Kleiber. Bernstein anche e soprattutto perché è stato un grandissimo comunicatore e aveva colto l’importanza del mezzo mediatico. Poi ha speso molte delle sue energie e del suo tempo per i giovani».

Ha avuto modo di esibirsi in Svizzera?
«Ancora no. A Lugano c’è l’Orchestra della Svizzera Italiana che fa delle bellissime produzioni e che ho avuto modo di apprezzare più volte. Mi auguro che ci sia presto l’occasione non solo per presentare “Allegro con fuoco” ma per potermi esibire da voi».

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