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CANTONEMorgenstern: viaggio nell'evoluzione di una (tribute) band

29.04.19 - 06:01
Pubblicato negli scorsi giorni “Mechamorphose”, il primo album (con brani originali) dei luganesi Morgenstern
Morgenstern: viaggio nell'evoluzione di una (tribute) band
Pubblicato negli scorsi giorni “Mechamorphose”, il primo album (con brani originali) dei luganesi Morgenstern

LUGANO - Una trasformazione, un’evoluzione, avvenuta in maniera naturale: da band tributo ai Rammstein a gruppo vero, autentico.

Sulle scene dal 2010, Teo Gatto (voce), Francesco Scarabel (chitarre, tastiere), Alan Arrigo (chitarre), Devis Brankovic (basso) e Ivo Carrozzo (batteria) si sono fatti le ossa dentro e fuori i confini nazionali, catapultando sul palco le composizioni granitiche ed esplosive dei paladini della Neue Deutsche Härte.

Ma negli ultimi tempi, quella trasformazione di cui parlavamo poco fa ha preso il sopravvento, portando il combo a dare alla luce i dieci brani originali che completano “Mechamorpohse”, un esordio discografico ammaliante, confezionato alla perfezione - con registrazioni e missaggio, peraltro, di Nello Sofia (Exotone Music Production) -.

Ne abbiamo parlato con Ivo Carrozzo.

Un’evoluzione, la vostra, non così comune per una tribute band…

«Il disco è nato quasi per autocombustione. Come una miscela esplosiva che era sempre stata nell'aria, pronta ad esploderti in faccia. E quando ciò è avvenuto, ci siamo accorti che sotto la maschera c'era un volto, un nome. Il nostro. “Halbe ein Mann” è il primo pezzo che abbiamo scritto. Doveva rimanere l’unico, da inserire nel nostro repertorio di tributo ai Rammstein per lasciare un'impronta personale ai nostri show. Ma i pezzi sono presto diventati tre, poi dieci. E a quel punto ci siamo resi conto che eravamo sempre stati anche una band “vera”, “autentica”».

Chi ascolterà il vostro disco, non si ritroverà al cospetto di un clone dei Rammstein: le influenze confluite all’interno dell’album sono diverse (Ministry, Oomph!, Kraftwerk) e più che nitide… Vuoi approfondire?

«In realtà tutto ciò che ci accomuna ai Rammstein sono i testi in tedesco e le sonorità del genere in cui ci inseriamo: industrial metal/Neue Deutsche Härte. E se proprio si vuole forzare un paragone, questo va fatto con i primi album del gruppo, di cui immancabilmente abbiamo ereditato lo spirito: muraglie di chitarra, basi ritmiche solide ed essenziali, sequencer ostinati e liriche marziali rese interessanti da temi controversi espressi con una poesia al tempo stesso truce e soave».

Che vuoi dirmi della title-track, “Mechamorphose”?

«"Mechamorphose" contiene una doppia simbologia: la prima riguarda la nostra trasformazione da gruppo tributo a gruppo originale. Dalle nostre composizioni emergono in molti punti, sia nella parte musicale che lirica, i tratti di ciò che siamo stati per lungo tempo. È naturale e inevitabile. Ma non siamo dei cloni, piuttosto una progenie della Neue Deutsche Härte e dell'esperienza stessa che abbiamo vissuto per molti anni. Per quanto riguarda il concetto di metamorfosi espresso nei brani dell'album, esso si riferisce in maniera velata alla trasformazione del genere umano da uomini scimmia a uomini macchina, e a come, senza accorgersene, esso stia dimenticando la matrice comune di entrambi i concetti: l'uomo. Ciò traspare in maniera molto evidente in brani come “Halb ein Mann”, che tratta del caso Oscar Pistorius e dell'omicidio da egli commesso ai danni della sua fidanzata. Quello di mezzo uomo, quindi, non è solo una connotazione fisica che rimanda alla sua condizione menomata a cui rimedia con delle protesi meccaniche, ma è anche espressione della sua bassezza spirituale. Anche il brano “Pornout”, che tratta di dipendenza da sesso virtuale, getta una luce satirica su come l'uomo sia riuscito a virtualizzare persino il suo piacere più carnale, il sesso, andando incontro a frustrazioni e delusioni. “Heil mich”, a sua volta, parla di eutanasia, e segue il filo conduttore descrivendo la forzatura dell'accanimento terapeutico, che come sappiamo è possibile grazie anche alle macchine. “Alles ist verloren”, invece, descrive l'illusione di onnipotenza dell'uomo davanti a ciò che crede di poter controllare per creare qualcosa di magnifico, salvo poi fallire senza nemmeno avere il coraggio di ammetterlo: parliamo della tragedia di Chernobyl».

La seconda traccia si intitola “Morgenstern”… Che mi dici al riguardo?

«È un inno autoreferenziale. È una dichiarazione di indipendenza, ma al tempo stesso un giuramento di fedeltà verso lo spirito che ci ha guidati fin qui. “Morgenstern”, infatti, è anche il titolo di un brano dei Rammstein che ha dato il nome al nostro tributo e che abbiamo mantenuto».

E degli altri testi, in termini generali, come potresti descriverli?

«Ce n'è uno in particolare a cui tengo molto: “Irgendwo, irgendwann”. È ispirato ad una poesia di Mary Elizabeth Frye ed è dedicata a mio cognato, che ci aspetta “dall'altra parte”, e alla sua Anna che un giorno lo rincontrerà: "Non startene qui a piangere, io non sono qui dove hanno scritto il mio nome..."».

Il disco è stato pubblicato in quali formati?

«Il 25 aprile è uscito in edizione limitata cd digipack. A breve sarà in vendita anche in digitale sulle maggiori piattaforme».

Quando il prossimo concerto in Ticino?

«La data zero - o la data di collaudo, il varo - è prevista il 25 maggio all'Enigma di Rancate. Sarà una cosa intima, ma coinvolgente. E per noi, un'emozione che non scorderemo per tanto, tanto tempo».

Il pubblico potrà attendersi anche delle cover durante il live, oppure ora vi focalizzate esclusivamente sul vostro repertorio originale?

«Non abbiamo abbastanza pezzi, solo dieci, per riempire il nostro programma. Quindi lo completeremo con i brani dei Rammstein: ci divertiamo ancora un sacco a suonarli, ma proporre i nostri sarà, ribadisco, un'emozione molto forte».

 

 

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