Cedric Oberlin/Camilla Sparksss
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CANTONE
23.04.2019 - 06:010

Camilla Sparksss: «Con “Brutal” sul palco ho voluto cambiare tutto»

On the road in Europa (e a Lugano il 10 maggio) il progetto solista di Barbara Lehnhoff è tornato sul palco con il nuovo album

LUGANO - Dalle chitarre distorte dei Peter Kernel ai pezzi electro sospinti dai sintetizzatori del suo progetto solista Camilla Sparksss non c’è poi questa gran lontananza: «Per me, per noi, non sono così lontani anche se la gente spesso pensa il contrario», ci spiega Barbara Lehnhoff

Voce e basso nei Kernel, è tornata a calzare i panni un po’ dark e un po’ sgargianti del suo alter-ego in occasione dell’uscita del nuovo disco: “Brutal”, seguito dell’acclamato “For you the wild “ uscito nel (lontano?) 2013. Attualmente on the road per l’Europa sarà a Lugano (al Living Room) il prossimo 10 maggio.

6 anni sono un bel po’ di tempo, come mai questa attesa?

In verità l’idea era di far uscire un disco nuovo circa due anni fa, poi però siamo rimasti in ballo con il progetto orchestrale della band (la Wicked Orchestra, ndr.) fra tour, disco e tutto alla fine ho trovato il tempo necessario solo ora. “Brutal” l’ho scritto più o meno tutto l’anno scorso.

Capita che una canzone composta per un progetto finisca poi nell’altro?

Sì, succede costantemente. Non sono mondi isolati ma comunicanti, a volte mentre componi o provi ti viene da pensare: «Ma questa canzone non starebbe meglio con l’elettronica?», allora si sperimenta un po’ e poi si decide che strada intraprendere.

Com’è stare sul palco da sola, ti manca il resto della band?

È molto diverso, ma devo dire mi trovo bene in entrambe le situazioni. Se da una parte con il gruppo c’è più sostegno e condivisione, dall'altra se sei da sola non c’è nessun altro che sbaglia (ride).

Con il tempo il tuo approccio ai live è cambiato?

Sì, eccome, ed è stata una scelta voluta. Per la tournée per il primo disco sentivo che mi mancava molto la componente “fisica” della batteria, per questo avevo deciso di integrare nei concerti delle danzatrici che restituissero lo stesso impatto.

Questa volta ho voluto fare qualcosa di diverso, se c’è una cosa che non mi piace di chi suona electro sono i computer sul palco. Mi sembra una cosa impersonale e fredda. Per questo motivo, oltre ai sintetizzatori, porto con me due giradischi con le basi stampate su vinile. Durante il concerto suono i giradischi, e diventa anche un po’ una performance. Chissà per il prossimo disco cosa mi inventerò (ride).


Sfogliando il tuo profilo social, oltre alla musica si vedono... delle gran bottiglie di vino. È diventata pure un po’ una tournée… enologica?

Un po’ sì (ride), c’è una gag che ripeto spesso con quelli della crew: «Va bene, ci pagano così così però si mangia benissimo» (ride). Scherzi a parte, quando non si suona - soprattutto nei tour - è importante godersi i momenti liberi, prendersi cura di sé e stare bene.


Sempre sui social ho visto che a Brest hai fatto un workshop a un coro…

Sì, era un coro di 22 elementi per l’esattezza. Loro ogni hanno fanno un laboratorio e hanno scelto me. Io con la voce non sono una molto tecnica ma mi piace buttarmi in territori inesplorati, così ho voluto accettare.

È stata un’esperienza molto positiva, ho trovato delle bellissime persone. Dopo il workshop abbiamo fatto un live di circa 20 minuti che era un po’ un remix di diversi brani. Per loro - vivere il palco in questo modo nuovo - è stato molto liberatorio.

JCKEN
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