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LOCARNO
07.08.2018 - 15:300

Lo spietato mondo del lavoro

“Ceux qui travaillent” è in qualche modo un film di denuncia sul mondo del lavoro e in particolare sul sistema capitalista e le sue contraddizioni

LOCARNO - Prima mondiale anche per il regista di origine svizzera e sudafricana Antoine Russbach che presenta il suo primo lungometraggio - “Ceux qui travaillent” - nel concorso dei
Cineasti del presente. Due splendidi attori – Olivier Gourmet (Frank) e la giovanissima Adèle Bochatay (Mathilde) – danno corpo a un’opera cinematografica molto interessante e perfettamente aderente alle attuali dinamiche del mondo del lavoro, alla ricerca sempre più spinta del profitto e senza regole.

Frank, uomo d’azione che si è fatto strada col sudore della fronte, dedica la propria vita al lavoro e non fa mancare niente alla sua famiglia: belle macchine, villa con piscina, smartphone ultimo modello, vestiti firmati. Per tutti. Tanti beni di consumo, pochi sentimenti, pochi dialoghi. Per quelli non c’è tempo. Eloquente la domanda che rivolge al figlio: «Ma tu da che parte stai? Dalla parte di quelli che lavorano e dalla parte di quelli che non fanno niente»?

Sempre al telefono in qualunque luogo o circostanza, di notte come di giorno, Frank Blanchet gestisce i cargo che noleggia per conto di grandi compagnie. Ma trovandosi a dover affrontare una situazione di crisi, prende una decisione brutale e viene licenziato. A bordo del cargo Cervantes carico di frutta, che viaggia già in ritardo rispetto ai piani, si è nascosto un clandestino. Un giovane della Liberia che Frank propone di eliminare per non causare perdite e costi alla compagnia. Una scelta che paga con il suo licenziamento. Per poi scoprire poco dopo che il clandestino è stato in realtà solo il pretesto per far fuori lui, troppo vecchio e quindi troppo oneroso.

Profondamente scosso, tradito da un sistema a cui ha dato tutto, colpito lui stesso dalla crudeltà degli oliatissimi ingranaggi che stritolano quasi tutto, deve progressivamente rimettersi in discussione per salvare l’unico legame al quale ancora attribuisce un valore: quello che è riuscito a mantenere con Mathilde, la sua ultimogenita.

Il dolore c’è tutto e Frank pensa anche di togliersi la vita, perché in fondo l’unica che aveva gli è sfuggita dalle mani. Nel film vediamo quest’uomo tutto d’un pezzo, cresciuto in una famiglia contadina dove non si poteva parlare o esprimere i propri sentimenti, confrontato con una realtà che non riuscirà a scrollarsi di dosso. Dopo una dolorosa parentesi in cui cerca a fatica di tessere dei legami con il resto della famiglia, Frank accetta di nuovo di sporcarsi le mani con un altro lavoro, con altre zone grigie. Money, money, money.

Con questo lungometraggio il regista punta i riflettori sui colletti bianchi, come Frank. «Frank – spiega Antoine Russbach – è nel cuore del sistema. Un capitalismo puro e duro, in tutto il suo splendore e in tutta la sua violenza. Ho voluto parlare dell’alienazione sul lavoro di un quadro intermedio, spesso assente come figura nel cinema sociale. A persone come lui si fa credere di fare parte della classe dominante, mentre in realtà sono fragili e vulnerabili».

E nel film si vede bene che Frank è a suo modo una pedina, non indispensabile e sostituibile quando non serve più. Senza pietà, senza esitazioni. L’assenza di musica, le sequenze spesso lente che sottolineano la grande incapacità comunicativa del protagonista, rendono l’atmosfera carica di tensione. E in fondo mostra anche che tutto il consumismo di cui siamo circondati non solo non può colmare lo smarrimento o la solitudine. Ma, peggio, ci fa credere che tutto si può aggiustare con le comodità così facilmente accessibili. Intanto là fuori c’è sempre un pesce più grosso che si nutre avidamente di quelli piccoli.

Cineasti del presente, da vedere: 7 agosto ore 18.30, Palacinema; 8 agosto, ore 14.00
L’altra Sala; 9 agosto, ore 21.00 Palacinema.

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