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06.08.2018 - 06:010
Aggiornamento : 22.01.2020 - 08:11

«Denzel recita con il cuore, ma provate a fargli indossare giacca e cravatta...»

Vi risponderà: «Quella roba non la metto», parola di Antoine Fuqua che lo conosce da“Training Day” e che a Locarno ha portato “The Equalizer 2”

LOCARNO - Regista di blockbuster di successo anche notevole ma dal nome non sempre ricordato, Antoine Fuqua è ai più noto come “quello di Training Day”. 

Cresciuto nel ghetto afroamericano di Pittsburgh «ogni volta tornare a casa era come essere davvero in un film» è una delle cinture nere di Hollywood per quanto riguarda i film d’azione. 

Ed è spesso e volentieri associato a Denzel Washington, con il quale ha collaborato in diversi progetti tra i quali il recentissimo “The Equalizer 2” presentato in concorso al Festival e negli Usa in grado di sconfiggere al box office estivo pure la corazzata tutta da ballare di “Mammia Mia 2”. 

“The Equalizer” era stato un successo da 100 milioni di dollari, l’idea di fare un seguito è puramente di cassetta?

«Tutt’altro, è per via di una sceneggiatura molto interessante. E il protagonista, con le sue ossessioni e manie, era ancora tutto da esplorare. Quindi ho deciso che valeva la pena riprovarci, e anche Denzel è stato della stessa idea».

Proprio riguardo a Washington, è il primo seguito in assoluto che fa, è stato difficile da convincere?

«Ah, guarda. Per me non è stato difficile, forse per i produttori lo è stato un po’ di più (ride). Scherzi a parte, il nostro approccio è stato simile: lo abbiamo valutato come fosse un film a sé stante, a partire dalla storia, e ci ha convinto».

È vero che voi due vi siete conosciuti… in chiesa?

«In qualche modo sì, è una storia un po’ complicata però. Frequentiamo la stessa chiesa ogni domenica, ma a farci incontrare sono state le nostre mogli che sono amiche da tempo. La compagna di Denzel lo ha portato a vedere il mio primo film (“Replacement Killers”, ndr.) e poi gli ha detto: «È lui quello del film» e dopo abbiamo fatto “Training Day” (ride)».

Entrambi devoti, entrambi impegnati in pellicole decisamente violente. Non è un controsenso?

«Non proprio. «Il salario del tuo peccato è la morte», dice la Sacra Bibbia. E poi c’è anche l’Angelo della morte… Questo qui (mostra un grosso tatuaggio sull'avambraccio). Nei miei film tutti i personaggi hanno una seconda chance per la redenzione, se non la sfruttano allora sono dannati. Sia io che Denzel siamo sempre stati sulla stessa lunghezza d’onda. Un esempio? Il protagonista di “Training Day” merita di fare la fine che fa».

Come funziona sul set? Restate sempre amici?

«Siamo due persone abbastanza decise quindi sul set le cose possono diventare molto… intense a volte. È capitato che lui o io ce ne andassimo arrabbiati, ma ci vuole poco perché torni tutto come prima. Lui è un professionista molto appassionato, vive per il suo lavoro e recita davvero con il cuore e vuole sempre superarsi».

Un commento su Ethan Hawke, anche lui in “Training Day” e che sarà a Locarno fra qualche giorno?

«Io sarò già ripartito, e mi dispiace. Anche lui è simile a Denzel per più di un verso: è veramente un professionista ligio al suo lavoro. Anzi, un artista vero e proprio. A un certo punto a Hollywood gli dicevano: «Hai i denti storti, devi rifarteli» e lui «No, no» e ha lasciato Los Angeles per New York e si è messo a fare teatro. 

L’ho visto lì e mi sono detto: «È lui quello che ci vuole». Sia lui che Denzel non si comportano come fossero famosi, non hanno guardie del corpo sono persone normali che mettono il lavoro e la famiglia prima di tutto. E poi… provate voi a far mettere a Denzel una giacca e una cravatta, davvero, vi sfido: «Io non la metto quella roba, eh» (ride)».

Come ultima domanda, la ricetta di Fuqua per il film d’azione perfetto?

«I personaggi ma anche il ritmo e le scelte di stile. Sono un grandissimo fan di Sergio Leone, mi piace dare il giusto tempo perché le scene e i personaggi maturino. Tento sempre di mettermi al posto dello spettatore, perché lo sono stato anch’io: con la mia bella maxi-coca e i pop-corn sprofondato nella poltrona (ride).

Per me il cinema è sempre stato un posto d’evasione ma anche di incontro, con culture diverse ma anche incredibilmente vicine. Un esempio? Da ragazzino una volta sono andato a vedere “I sette samurai” di Akira Kurosawa e ci sono rimasto secco (ride)».

Ma almeno era… in inglese?

«Era una storia in bianco e nero, ambientata nel Giappone feudale doppiata malissimo e lontanissimo dai canoni dei film mainstream. Pensavo di andare a vedere un film tipo Bruce Lee, e invece... Eppure mi ha stregato, mi ci sono ritrovato: ci ho rivisto il quartiere di Pittsburgh dove vivevo. Quelle stesse angherie e i “signori della guerra” c’erano anche da noi. È l’universalità dell’esperienza al di là del colore e della provenienza. Lontano ma vicino per me è stato anche Nuovo Cinema Paradiso, adoro quel film. Era l’Italia ma per me era anche l’America (ride). È per questo che al matrimonio ho fatto suonare la canzone del film da un’orchestra! Oh, è stato magico!».

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