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LOCARNO
03.08.2018 - 19:000

Un fischio per essere libera

Sibel, la bellissima storia di una donna muta che supera le frontiere dell’esclusione. Un film del Concorso internazionale

LOCARNO - Occhi chiarissimi, espressivi, profondi. A Sibel basterebbero solo quelli per comunicare. Muta a causa di un malattia che l’ha colpita quando aveva 5 anni, Sibel riesce a comunicare attraverso la lingua fischiata, una comunicazione ancestrale del villaggio turco di Kusköy, che significa villaggio degli uccelli. La lingua fischiata, come hanno spiegato i realizzatori Guillaume Giovanetti e Çagla Zencirci, non ha nulla a che fare con il folclore: è tuttora diffusamente usata e viene anche insegnata a scuola.

Damla Sönmez, Sibel nel film, ha sfoggiato questa sua nuova abilità anche in conferenza stampa; molti dei presenti non hanno potuto resistere alla tentazione di risponderle con degli affettuosi fischi e gorgheggi, un po’ maldestri per la verità e certamente non così melodiosi. Melodioso è invece tutto il film, con una carica poetica nitida, giocato tutto in finezza e intensità. Immagini forti, nette, profonde scorrono davanti ai nostri occhi, mentre i personaggi si svelano e si rivelano a poco a poco. Il padre, sindaco del villaggio, la sorella più giovane, le donne del villaggio, Narin – la “pazza” che vive nella foresta – e Alì, l’evaso che Sibel incontra nel bosco, propiziatore di un percorso di ricognizione verso se stessa e verso l’amore.

«Il ruolo di Sibel – ha spiegato l’attrice turca - è molto fisico, intenso, a tratti anche duro. Nel villaggio non sono benvenuta perché occorre seguire le regole. Le donne del villaggio creano dei sogni per noi, perché in fondo le donne più giovani non possono avere sogni propri. Devono per esempio rinunciare all’istruzione per essere maritate». Il film è certamente anche una denuncia sociale della condizione delle donne. «Sibel – afferma la regista – è in fondo un personaggio molto turco, ma anche e soprattutto profondamente universale».

La sua condizione di donna muta, ma capace comunque di comunicare come un uccello libero che trova anche riparo nella foresta, determina la sua esclusione dalla società. È diversa e quindi in qualche modo fa paura. Ma questa sua condizione è anche il punto di partenza per la propria autodeterminazione e indipendenza: come Artemide, riesce a sopravvivere nel bosco a caccia del lupo. Quel lupo che in realtà è il simbolo di una frontiera da non oltrepassare.

Mentre tutti stanno lontani dal lupo, limitando così la propria esistenza, Sibel armata di fucile vuole trovare ed uccidere quel lupo, per mostrare al villaggio quanto è forte e quindi essere accettata dalla comunità. Sarà Alì a spiegarle che il lupo è solo un limite, che non esiste nella realtà. È anche così che Sibel respinge le frontiere, le abbatte per poter esplorare e per finire manifestare la propria libertà, indipendenza e autodeterminazione. Anche con il proprio padre.

Il film sancisce anche la riconciliazione tra Sibel e la sorella minore, promessa prima in sposa e poi abbandonata perché la «gente chiacchiera». Chiacchiere ovviamente legate a Sibel e a quel suo amante misterioso nella foresta. Il marchio del rifiuto si somma: non solo muta ed emarginata, ma anche strana e in relazione con un uomo che non è di qua. Ed ecco che irrompe lo straniero. Altra frontiera, altro limite da superare.

E quella sorellina che l’aveva tradita, svelando nel villaggio la presenza dell’uomo misterioso – un terrorista, secondo le autorità del villaggio – grazie a Sibel e a quel matrimonio mancato, ritrova la possibilità di un altro destino tornando a scuola. E l’immagine di Sibel che a testa alta e avvolta in un maglione giallo, accompagna la sorella allo scuola bus, è davvero il segno della forza di volontà delle donne, perché riappropriarsi della propria vita è un atto di libertà.

Concorso internazionale: da vedere 3 agosto Fevi, ore 16.30; 4 agosto Fevi, ore 09.00; 5 agosto Palavideo, ore 18.30

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