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CANTONELa fotografia in montagna è «pazienza, fatica e soddisfazione»

11.12.17 - 06:00
Daniele Maini ha raccolto oltre 200 immagini che raccontano la magia delle cime e della natura ticinese.
Daniele Maini
La fotografia in montagna è «pazienza, fatica e soddisfazione»
Daniele Maini ha raccolto oltre 200 immagini che raccontano la magia delle cime e della natura ticinese.

LUGANO - Durante il nostro colloquio Daniele Maini ha ribadito più volte: «Non sono un fotografo, sono un appassionato di fotografia». Una differenza sottile ma importante per lui, tipografo di professione e che dedica gran parte del suo tempo libero all'arte dell'immortalare luoghi e momenti. Le immagini che ha raccolto in "Ticino. Paradiso in quota", libro fotografico edito da Fontana edizioni, non hanno nulla da invidiare a chi si districa per lavoro tra corpi macchina e obiettivi.

"Ticino. Paradiso in quota" - uscito sul mercato un paio di settimane fa - è un viaggio tra le cime, i laghetti, la natura, la fauna e i paesaggi della montagna ticinese in oltre 200 immagini. Un tuffo in scenari che mutano con il trascorrere delle ore e con il rincorrersi delle stagioni.

Come ti sei appassionato alla fotografia?

«È una passione che ho fin dai 14-15 anni e mi è capitato che il mio datore di lavoro mi chiedesse di fare qualche scatto per le varie pubblicazioni. Giocavo a calcio e questo mi assorbiva completamente. Da due anni, però, ho messo lo sport un po' "à côté" e quindi ho incominciato a prendere la macchina fotografica e ad andare alla scoperta dei nostri monti».

Quanti anni di lavoro sono raccolti in questo libro?

«Gli scatti più vecchi hanno cinque anni, ma lo sforzo maggiore è quello degli ultimi due, durante i quali sono salito in montagna quasi tutti i fine settimana».

Quali criteri hai seguito per scegliere le foto che sono confluite nel libro?

«Ho cercato di usare una certa narrazione per l'impaginazione, per fare in modo di rendere il libro il più possibile scorrevole, per non fare annoiare i lettori. Ho proceduto per contrasti netti o per somiglianze di forme o colori».

Quale attrezzatura usi?

«Porto con me una Nikon e due obiettivi, un 18-300 che mi consente di affrontare quasi tutte le situazioni e un grandangolare. Visto che spesso ci sono varie ore di cammino da affrontare non posso caricarmi eccessivamente».

Come scegli le location? Vai a vederle preventivamente e poi torni nelle condizioni di luce ottimale, oppure vai a colpo sicuro avendo già un’idea di cosa troverai?

«Vado in montagna in tutte le stagioni e mi sono fatto una certa esperienza. Girando per monti e valli sai dove sono le cose e quindi, se decido di fare un particolare scatto, mi oriento verso quella zona che so che me lo potrà offrire. Mi informo comunque tramite siti specializzati sulla montagna e non è raro che prenda spunto anche dai lavori di altri fotografi».

C’è una foto con una storia speciale rispetto alle altre?

«Un mese fa ero in Val Verzasca e durante il cammino ho incontrato quattro caprette. Mi hanno "inseguito" per otto ore, cercando anche di rubarmi il cibo e mordendomi i pantaloni quando mangiavo. A un certo punto, durante la marcia, si sono bloccate improvvisamente. Si erano accorte che su una cresta c'era un capriolo, che io ho visto solo grazie a loro».

Quale, invece, ti è costata maggiore fatica?

«Quelle della Via alta della Verzasca: sono 8-10 ore di cammino con tratti che presentano difficoltà tecniche non irrilevanti».

Quale zona del Ticino è più adatta per fare landscape photography?

«Dipende molto dalla sensibilità del fotografo. Ogni regione ha la su particolarità. A me in particolare affascinano alcune zone della Verzasca o della Maggia che sono ancora selvagge».

Il tuo posto preferito per fare foto?

«Non ce n'è uno in particolare, mi piace cambiare e scoprire ogni volta qualcosa di nuovo».

Oggi i social sono invasi dalle foto: quali consigli puoi dare per fare buoni scatti?

«Bisogna stare attenti a scegliere l'inquadratura corretta, a valutare la luce e a trovare il momento giusto. In questo, certo, ci deve essere anche una certa dose di fortuna. Non bisogna avere paura di provare posizioni di scatto diverse: se occorre ci si deve anche sdraiare».

Cosa ti ha dato la fotografia di montagna, anche dal punto di vista umano?

«Girando così tanto ho imparato a osservare la natura, a percepire cose che magari un escursionista meno esperto non riesce a cogliere. Acquisisci anche conoscenze elementari di geologia o di biologia: ad esempio ho fotografato dei licheni, per poi scoprire che la loro presenza è sinonimo di aria pura. Ogni volta ci sono degli incontri, che siano con persone, con animali o con degli ambienti particolari. Se dovessi definire cos'è la montagna per me, direi che è pazienza, fatica ma anche soddisfazione».

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