FOTO FRANCESCA SARA CAULI
Micah P. Hinson, 36 anni.
STATI UNITI/CANTONE
25.10.2017 - 06:010

Micah P. Hinson: «Ecco la mia opera folk moderna»

Reduce dalla realizzazione di “The Holy Strangers” (Full Time Hobby, 8 settembre 2017), in attesa di vederlo esibirsi al Foce di Lugano sabato 28 ottobre (21.30), Micah P. Hinson ne racconta la genesi

DENISON (TEXAS)/LUGANO - Un’esistenza tortuosa, colma di sventure, la sua, che lui, a denti stretti, ha guardato in faccia, affrontandola, senza  andare a tappeto. Un’esistenza che allo scoccare del nuovo Millennio ha incominciato a plasmare la sua poesia, il suo songwriting, modellando, di conseguenza, ogni sua produzione. Produzioni autentiche, messe a punto recuperando sonorità genuine, prive di inutili orpelli. Sonorità di matrice alt-folk, contaminate da una ricerca costante, in territori polverosi, aridi: lo-fi, country, punk, blues. “The Holy Strangers” è il culmine, e l’ultimo tassello, di tutto quanto.

Micah, il nuovo disco narra la storia di una famiglia - tra amore, matrimonio e morte - ai tempi della guerra… Quale l’idea alla base dell’album?

«Volevo scrivere un racconto sulla moralità; sui pericoli di credere in una sola cosa, in una sola idea, in un solo concetto con tutto te stesso».

Come hai iniziato a lavorare alle composizioni?

«Il progetto ha incominciato a prendere forma con il pezzo, messo a punto al pianoforte, che successivamente ha dato il titolo al disco. In realtà, nella tracklist non figura il brano nella sua versione originale, ma una ripresa. Già in quegli istanti sapevo di voler raccontare una storia. Una storia che, successivamente, giorno dopo giorno, si è ampliata, si è dilatata, assumendo dimensioni sempre più grandi: l’album, in realtà, conta 28 pezzi, con un minutaggio complessivo di circa 2 ore e mezza. All’interno del disco è contenuta una versione estremamente ridotta».

Possiamo definire “The Holy Strangers” un concept album?

«È un'opera folk moderna».

Raccontami le registrazioni…

«Ho inciso buona parte del disco a Denison, Texas, qualcosa ad Abilene (Texas), la viola e il violino a Roma, il violoncello a Londra, utilizzando vecchi registratori a bobine e a cassetta. Per gli effetti volevo trovare un luogo con l’acustica che cercavo, altrimenti, sempre in analogico, per il delay avevo deciso di servirmi del mio Copy Cat. Il processo di registrazione non è stato semplice: per una sola parte di pianoforte, ad esempio, ho utilizzato - con l’apporto dei miei familiari - quattro registratori a bobine, che ho sincronizzato...».

Cosa hai ascoltato durante il processo di lavorazione?

«Nei periodi in cui lavoro a un nuovo album, non ascolto molta musica per scelta. Potrebbe influenzarmi, e il concetto mi spaventa. Ho lavorato su “The Holy Strangers” per due anni e, avendo due figli, per forza di cose,  di musica ne ho ascoltata comunque. Ministry, Nirvana, Skinny Puppy e Nine Inch Nails sono le band preferite di mio figlio, e se avessero influenzato quanto figura nel disco, lo hanno fatto in maniera alquanto bizzarra…».

Sei nato a Memphis, Tennessee, e cresciuto ad Abilene, Texas: quale impatto hanno avuto queste due città nelle tue canzoni?

«Presumo più di quanto abbia mai potuto immaginare. Ho lasciato Memphis che ero molto giovane, ma dentro di me il fatto di essere nato in quella città ha forgiato emozioni. Abilene è tutt’altra cosa: ho vissuto circondato da un certo tipo di country music, non quella migliore, e ho passato parte della mia vita tentando di togliermela di dosso.  Più passa il tempo, più mi rendo conto di ciò da cui sarei potuto fuggire: la gente, la storia, i comportamenti».

Al di là della mediocre country music che ti circondava, quali i tuoi ascolti in quel periodo?

«John Denver, Cure, My Bloody Valentine, Neil Diamond, Skinny Puppy, Mudhoney, Ministry, Lush, Dinosaur Jr.».

E del folk, in particolare, che mi dici?

«Mi sono imbattutto nel folk quando Ashley (Ashley Bryn), mia moglie, incominciò a farmi ascoltare gli album di Dylan. Il primo fu “The Freewheelin’” (Columbia, 1963). Un giorno, poi, trovò l’edizione originale di “Negro Sinful Songs” (Musicraft, 1939) di Leadbelly e qualcosa di Hank Williams».

Qual è l’ultimo disco che hai comprato?

«“The Good, The Bad and The Ugly” nella versione di Hugo Montenegro: quell’uomo per gli arrangiamenti aveva un orecchio straordinario...».

Ascolti musica soltanto in vinile?

«A casa sì. In mp3, ma mai in streaming, quando sono in viaggio...».

Da dieci mesi Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti: quale la tua reazione nel momento in cui è stato eletto?

«Mio nonno una volta mi disse: "Quando sei al bar, Micah, non parlare né di religione, né di politica..."».

Ora dove vivi?

«A Denison, in Texas, appena sotto il confine con la Chickasaw Nation, in Oklahoma. Sono un Chickasaw…».

La tua vita non è stata semplice… Oggi come stai?

«Credo che ogni essere umano abbia i suoi problemi. Dovuti all’affitto, a una malattia, al lavoro... C’è una tragedia in ognuno di noi... Detto questo, sto bene… Bene, immagino, come la maggior degli esseri umani...».

Info: micahphinson.com

Prevendita: biglietteria.ch

 

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