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LOSONE
01.10.2015 - 06:000

Blue 2147: istantanee sonore all’improvviso

Viene pubblicato oggi “Colossus Of Rhodes”, il nuovo album messo a punto dal progetto Blue 2147. Alle 18 la presentazione tra le mura de La Fabbrica di Losone

LOSONE - Viene pubblicato oggi “Colossus Of Rhodes”, il nuovo album messo a punto dal progetto Blue 2147. Alle 18 la presentazione tra le mura de La Fabbrica di Losone.

Un progetto, un trio, che conta tre autorevoli musicisti di estrazione jazz, ovvero Gabriele Pezzoli (Rhodes), Mauro Fiero (chitarra) e Brian Quinn (batteria). “Colossus Of Rhodes” è un disco ammaliante, in ognuna delle sue cinque composizioni, o meglio, in ognuna delle sue cinque “istantanee sonore”, registrate dal vivo il 7 maggio scorso. Una (auto)produzione in cui la sperimentazione e l’improvvisazione stanno alla base di ogni struttura, come alla base di qualsiasi fugace dettaglio che le compone. In perfetto equilibrio al di sopra di più territori sonori, il disco sperimenta nell’ambient, cibandosi di riverberi post-rock, elaborando quella che, forse, oggi come oggi possiamo definire “tradizione psichedelica”.

““Colossus of Rhodes” è la prima pubblicazione a nome del collettivo Blue 2147 – mi spiega Pezzoli - Da tempo sentivamo l’esigenza di “fotografare” uno o più momenti musicali, valutando diverse possibilità: alla fine, quella di una registrazione dal vivo ci è sembrata la più adatta per rappresentare il percorso e le dinamiche musicali proprie del progetto”.

Gabriele, perché Blue 2147?

È un nome nato un po’ per caso, mentre lavoravamo sul manifesto del nostro primissimo concerto, una performance accompagnata da immagini subacquee. In realtà, il nome Blue 2147 (un codice colore di un blu “navy”) era stato pensato inizialmente solo come titolo della serata; in seguito lo abbiamo riproposto per le successive session e, alla fine, adottato come nome.

A qualsiasi musicista di estrazione jazz piace sperimentare…

La sperimentazione e la voglia di mettersi in gioco sono componenti e premesse fondamentali del progetto Blue 2147. Finora hanno preso parte alle session dal vivo una decina di musicisti, e la modalità di lavoro è sempre stata più o meno la stessa: si potrebbe dire che ogni musicista fornisce gli “ingredienti” tratti dal proprio vissuto musicale (jazz, sì, ma anche rock e post-rock, elettronica, classica contemporanea, improvvisazione libera…), che vengono poi gestiti e “cucinati” in modo collettivo.

Le cinque tracce vengono definite “instant compositions”… Potresti raccontarmi la nascita dei brani sul palco?

Il tutto nasce spesso da poche note, come un sipario che si apre: sono le basi sulle quali viene poi costruita l’intera narrazione musicale attraverso l’improvvisazione. In quelle poche note c’è il dna del brano che seguirà. Ogni musicista agisce in tempo reale in funzione dei suoni che circolano in quel dato momento sul palco. In totale libertà, ma anche tenendo conto di precise scelte di linguaggio e di registro: come Blue 2147 tendiamo a privilegiare – senza essere però esclusivi – sonorità un po’ ambient e post-rock, come pure grooves elaborati a partire dalle musiche elettroniche quali dubsteb o drum&bass.

Istantanee, brani improvvisati… Prevalentemente impossibile, quindi, riportarli in dimensione live…

Tecnicamente, per noi è effettivamente impossibile riprodurre i brani così come suonati in “Colossus of Rhodes”, come pure ripetere due volte lo stesso concerto. Va però detto che nell’improvvisazione il musicista non perde la propria identità, anzi ne esce spesso rinforzata. Conoscendoci bene è quindi possibile ricreare in gruppo quelle atmosfere che ci caratterizzano. In altre parole: ci può capitare di cambiare “abito musicale”, certo, ma guardandoci allo specchio ci riconosciamo sempre. Questo è il meccanismo che permette al progetto Blue 2147 di rinnovarsi attraverso l’improvvisazione senza perdere la propria identità.

Come la title-track, anche gli altri quattro brani portano dei titoli piuttosto singolari (“Advent Of The Hyperboreans”, “Meerchaum Birth Of Venus”, “Aristophanes’ Birds”, “Flight Of The Argonauts”)… Potresti entrare nel dettaglio di ognuno?

Riascoltando il materiale registrato, abbiamo subito colto alcuni toni un po’ epici nella nostra musica, forse favoriti dall’uso di molti delay e dalla lunghezza e la costruzione quasi sinfonica dei brani. Il titolo dell’album, come pure i titoli delle tracce, sottolineano questo carattere in modo non filologico e con un po’ di humor, quasi un’immagine dell’antichità e della mitologia in chiave videogioco… Il Colosso di Rodi (una delle sette meraviglie del Mondo, in inglese “Colossus of Rhodes”), si prestava inoltre perfettamente per il gioco di parole con il piano elettrico Rhodes, strumento molto in evidenza nell’album. E la copertina, disegnata da Brian, contiene un po’ tutti questi elementi.

Nel mezzo dei brani sento un riverbero collocabile nei Pink Floyd, come nel post-rock…

Non nego un interesse personale per il post-rock, che è certamente un ingrediente importante della nostra musica: la distorsione è sempre presente sul mio piano Rhodes, così come altri effetti e “pedalini” tipicamente chitarristici. In “Colossus of Rhodes”, Mauro ha lavorato anche su atmosfere “pinkfloydiane” e un po’ psichedeliche, mentre Brian ha riproposto in chiave un po’ rock alcuni elementi elaborati dalla musica elettronica. Insomma, di tutto un po’!

Cosa hai ascoltato prima di salire sul palco? Pensi che possa avere influito in qualche modo sull’elaborazione “istantanea” dei brani?

Proprio non ricordo… Conoscendomi, potrei aver ascoltato da Arvo Pärt ai Bon Iver, magari passando da Wayne Shorter e Aphex Twin… Sono piuttosto onnivoro: ascoltare musica è importante per me e cerco di ascoltare molto, di ascoltare cose diverse e di scavare sotto la superficie dei generi e degli stili per trovare i punti in comune tra le varie musiche. Durante i concerti, però, cerco di suonare nel modo più istintivo possibile, godendomi il momento…

Info: gabrielepezzoli.com 


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