LUGANO
21.01.2015 - 06:190
Aggiornamento : 10.01.2018 - 10:20

Heritage, qual è il rapporto degli svizzeri con le armi?

La Prima del film del regista ticinese-argentino David Induni domenica alle 18.30 al Cinestar

LUGANO - Dopo aver scarrozzato per i festival di tutto il mondo, Heritage, il film sul rapporto degli svizzeri con le armi del regista ticinese-argentino David Induni, è pronto per il grande schermo. La Prima domenica alle 18.30 al Cinestar.

C’è chi esce la domenica mattina per andare a giocare a tennis e chi invece varca la soglia di casa per raggiungere lo stand di tiro. C’è forse differenza? Positiva o negativa che sia la risposta, Heritage porta gli spettatori proprio lì, nel cuore di un’antica tradizione alla scoperta di una cultura dell’arma che poco ha a che vedere con  la violenza, l’esaltazione e l’aggressività. "Non sono affascinato dalle armi in sé", ci aveva raccontato a fine proiezione al Festival del Film di Locarno, dove era presente fuori concorso nel 2013. "Ho incontrato il tiro per la prima volta quando sono rimpatriato: sentivo sparare ma non capivo cosa fosse e allora ho cominciato a indagare. Questo mi ha intrigato. Volevo capire ed entrare nel cuore di questa tradizione; per farlo senza giudizi e pregiudizi è stato importante mettere, rispettandolo, il punto di vista di tutti". Da allora il film ha fatto il giro del mondo partecipando a 22 festival.

Com’è stato accolto all’estero?

"La prima reazione era di stupore: strano, davvero è così? Da una parte perché questo volto della Svizzera non è conosciuto, dall’altra perché l’arma in altre nazioni ha un peso diverso, penso per esempio agli Stati Uniti. La seconda domanda infatti era quasi sempre: ma non ci sono problemi?".

Cosa rappresenta l’arma per i tiratori?

"Un attrezzo sportivo. Così mi hanno detto.  Alcuni lo paragonano addirittura a una racchetta da tennis. Io tiro con la balestra e per me, in effetti, la balestra è un attrezzo sportivo. Chiaro che per pensare questo di un fucile militare devi essere dentro quella tradizione. Ho imparato a vedere le cose da più punti di vista e non sono nessuno per giudicare le persone. Trasmetto quello che i tiratori vedono nell’arma; è importante questo, Heritage non è una propaganda né pro né contro le armi". 

Tu però che idea hai dell’arma?

"Io sono un rivoluzionario per natura, sono argentino e credo nell’utilizzo dell’arma contro una dittatura militare, contro qualcuno che ti vuole fare del male. In nome della rivoluzione non ho problemi a imbracciare un fucile ma non sono una persona che celebra le armi. Sono due cose molto diverse".

Sei cresciuto in Argentina, immagino che l’arma là non sia usata per andare allo stand di tiro

"L’arma che tu trovi in Argentina è quella del delitto o quella che si usa per difendersi da chi vuole entrare in casa tua. Ci sono stato tre mesi fa. Il divario tra il ricco e il povero è così cresciuto che la gente è barricata in casa. La sera vai a dormire e senti sparare. Ma quella è un’altra cosa. In generale la gente pensa che il porto d’armi sia legato alla sicurezza. In Svizzera non è così, qui c’è uno sport, una tradizione, una cultura e questo porta il discorso da tutt’altra parte".

Girare il film ha cambiato la tua idea dell’arma?

"La mia idea no. Ha cambiato la mia percezione di quanto si dice su chi va a sparare. Quando ho iniziato le ricerche, spesso ho sentito dire: ma quelli sono tutti esaltati, tutti fascisti, pazzi... vedrai. Ho constatato invece che quello che trovi allo stand di tiro, l’ho trovi anche alla buvette del campo di calcio, brutte eccezioni comprese. Quello che è bizzarro è incontrare intere famiglie con il fucile appoggiato al fianco. È stato completamente inaspettato e molto diverso da quello che la gente racconta. Più sono andato a fondo e più mi sono detto: questa è una cosa da raccontare ma senza manipolazioni".

5 anni fa Pacifici e armati. Quando la libertà suona come uno sparo
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