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12.12.2020 - 11:150

Sci in modalità “slow” al ritmo del coronavirus

Una giornata nella regione del Mittelallalin per testare concetti e comportamenti

SAAS-FEE - Devo ammettere: sono innamorato da sempre di Saas-Fee, il piccolo villaggio vallesano protetto da una corona di quattromila. Un luogo, e sono sempre più rari, dove l’accoglienza è sentita da tutti e non solo dagli operatori turistici. Gli indigeni ti salutano per strada con un simpatico “ciao”, un modo per farti sentire del posto e non uno straniero in visita. Un villaggio che, seppur ha dovuto sviluppare il suo comprensorio passando dai pochi scilift di paese a un comprensorio con 100 chilometri di piste e 22 impianti di risalita, ha saputo mantenere la sua anima.

La stagione invernale è alle porte e, quest’anno di coronavirus, è oggetto incessante di commenti, articoli, dibattiti e critiche a tutti i livelli, cantonale, federale ed internazionale. Lo sport, un po’ come la cultura, non risulta essere considerato essenziale dalla nostra politica. La direttrice dell’Ufficio federale della salute, Anne Lévy, recentemente aveva affermato che la pandemia non sarebbe terminata con la vaccinazione e che il virus ci avrebbe accompagnato nei prossimi anni. La parola d’ordine, a mio avviso, è quindi: convivere! È quanto il settore turistico, in modo particolare gli impianti di risalita, sta tentando di offrire.

Tanto si scrive, ma poco si prova direttamente sul terreno. Ho dei seri dubbi che il nostro ‘vicino’ Giuseppe Conte, presidente del Consiglio dei ministri, abbia messo recentemente piede in un comprensorio sciistico per capire in prima persona. Io invece l’ho fatto e a più riprese. Proprio per capire, al di là del fatto che si tratta di uno sport che si svolge all’aria aperta, quanto servano i tanto acclamati concetti sanitari.

Ore nove e trenta: mi ritrovo, e non sono il solo appassionato che ha deciso di passare una bella giornata soleggiata nella regione del Mittelallalin, alla stazione di partenza dell’Alpin-Express. Un simpatico collaboratore con la scritta “Covid” sulla schiena mi invita a scegliere tra la fila che porta alla cassa e quella riservata a possessori di un abbonamento. Tutti sono ‘mascherati’, tranquilli e distanziati. Dopo un’attesa di circa 5 minuti possiamo accedere all’immobile dove grazie al sistema di controllo non osservo alcun assembramento.

Ore nove e quarantacinque: finalmente saliamo a bordo delle cabine. Il numero di passeggeri è limitato e la presenza dei controllori discreta. Tutti hanno l’aria soddisfatta e felice per il sole che splende alto e illumina la catena maestosa del massiccio del Mischabel e, soprattutto riconoscenti per l’apertura degli impianti. Non bisogna essere contabili per rendersi conto che in questo periodo le spese siano maggiori degli incassi. Un investimento nel marketing per lanciare la stagione. Ma questa stagione, caratterizzata dalla pandemia, è piena di interrogativi. Un collaboratore mi conferma inoltre che in caso di maggiore affluenza, altre funivie vengono messe in funzione.

Ore dieci: dopo aver percorso l’ultima tappa della salita a bordo della metropolitana arrivo, tranquillo e sano, ad un’altitudine dei 3'500 metri. Non mi abbandona l’idea che il rischio di infettarsi è di gran lunga maggiore se percorro un tragitto in treno o bus, normalmente sempre affollati, oppure si passo un’oretta in un grande magazzino. Ma in questo caso, mi diranno gli esperti, si tratta di ragioni prioritarie di sostentamento.

Ore dieci e trenta: dopo aver acquistato un Toblerone al chiosco, naturalmente all’aperto e con tutte le misure in atto, metto gli sci ai piedi e mi lancio sulle numerose piste del comprensorio. Vivo una giornata in tutta sicurezza, tra una curva e l’altra respiro l’aria fresca e pura del ghiacciaio, ossigeno i polmoni, il cervello e lo spirito. Un aspetto da non sottovalutare in questa particolare situazione dove l’incertezza e la paura la fanno da padroni.

Aggiungerei un elemento importante: grazie al virus siamo obbligati nel tempo libero a rallentare la nostra corsa. Le attese, la mascherina, il numero limitato di posti, le distanze... possono darci l’occasione di apprezzare maggiormente la giornata sugli sci, godere della visione della natura, imparare anche ad accontentarci. Nulla è dovuto e questo nella frenesia del pre-covid è un aspetto che avevamo ormai dimenticato. Potremmo chiamarlo sci in modalità “slow”, un nuovo modo di gustare la montagna, non tramite i chilometri percorsi e controllati tramite un’applicazione, ma con attenzione e mindfulness. Un concetto che andrà applicato all’intera offerta turistica, meno è più.

Ore sedici: dopo aver affrontato gli ultimi 1'700 metri di dislivello sulla pista aperta da pochi giorni, vi assicuro che l’esperienza sulle piste, anche rispettando tutte le misure sanitarie imposte, è stata al centopercento positiva. ll comportamento esemplare dei sciatori e dei collaboratori, rappresenta l’unica maniera per poter mantenere ‘aperte’ le menti delle persone e nel contempo le destinazioni turistiche e l’economia nelle zone alpine.

Permettetemi ancora alcune osservazioni a carattere generale: non sarebbe il caso di capire dove si contagiano le persone? Sulle piste, nei ristoranti e negli alberghi (che sono sempre rimasti aperti con i loro ristoranti interni e i centri wellness) sembra proprio di no. Allora, forse è ora di smetterla di considerare il turismo il luogo di maggiore diffusione e contagio. Sarebbe inoltre anche utile capire perché molte persone che vivono con dei “positivi” restano invece sani e “negativi”. Rinchiudere le persone non sembra quindi essere un’opzione intelligente, meglio sarebbe poter individuare quelle veramente a rischio. Speriamo che la ricerca proceda anche in questo campo, dando alla politica gli strumenti necessari, degni del ventunesimo secolo, per gestire questa situazione.

Testo a cura di Claudio Rossetti

Contatto: newsblog@viaggirossetti.ch

Link utile: www.viaggirossetti.ch

 

 

 


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