Rubino
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04.05.2021 - 10:220

Il rubino: etimologia e curiosità

Esploriamo le caratteristiche e la storia del corindone più prezioso

Il termine rubino deriva dal latino ruber - rosso. Esso apparteneva un tempo genericamente alla grande famiglia dei carbonchi, nella quale rubini, spinelli, granati, giacinti, convivevano sotto la comune denominazione di carbunculus, perché brillano al some come carbone acceso.
Ciascuna delle quattro pietre preziose principali è associata ad uno dei quattro elementi: nel caso del rubino si tratta del fuoco.

La composizione
Il rubino è un corindone, ovvero anidride carbonica alluminica colorata dall’ossido di ferro e cromo contenuti a livello di impurità; inattaccabile agli acidi, infusibile al cannello, cristallizza in prismi esagonali e spesso presenta inclusioni solide (rutilio, mica, ematite), liquide o gassose, che contrariamente al solito, sono auspicabili.
Esse permettono di distinguere le pietre naturali da quelle false, che ne sono prive, e di riconoscere la loro provenienza. Ad esse il rubino deve il suo aspetto sericeo. La pietra ha indice di rifrazione molto elevato, anche se non raggiunge il gioco di luce tipico del diamante. La lucentezza appare viva e vitrea, la trasparenza notevole, ma diminuisce con la progressiva intensità del colore.

Le tonalità del rubino
Il rubino comprende una vasta gamma di rossi, di tono e intensità diversi, talvolta tendenti all’azzurro, al violaceo, al bruno o al giallo. Il più prezioso fra tutte le tonalità di rubini è la specie di carminio intenso, leggendariamente nominata “sangue di piccione”.
La tinta del rubino, contrariamente al comportamento di altre pietre, non cambia, né sottoposta alla luce artificiale, né al calore. Esso può eliminare solo eventuali macchiette bianche. A temperatura elevata, sbiadisce, ma una volta raffreddata, ripristina il colore originario, passando dalla gamma del verde.
Osservata dalla base, la gemma appare più scura, dalle facce laterali, più chiara; bisognerà quindi tenerne conto durante il procedimento del taglio, per poterne esaltare al massimo le sue qualità ottiche.
Il peso specifico è molto elevato, la durezza considerevole, sebbene non vengano raggiunti i valori del diamante.

I giacimenti di rubini
I giacimenti del rubino sono piuttosto rari e di piccole dimensioni, limitati alla Birmania, al Siam (Thailandia) e allo Sri Lanka, dove erano già noti ai tempi dei viaggi di Marco Polo.
Depositi secondari sono presenti sul fondo delle valli fluviali e sui fianchi delle vallate. I rubini più belli, molto intensi, provengono però dalla Birmania, dove sono rinvenuti insieme allo zaffiro, allo zircone, allo spinello e alle tormaline in depositi argillosi e sabbiosi o in grotte. I rubini del Siam, assai meno pregiati, sono molto pallidi e tendenti al giallo e all’arancio. Essi possono essere estratti anche nelle regioni aurifere e diamantifere dell’Australia e del Brasile, nei giacimenti alluvionali del Nord Carolina (U.S.A.) e nel Madagascar.
La sua nascita avviene per metamorfosi di contatto tra calcari impuri e graniti o per segregazione diretta dal magma. Il primo taglio dei rubini grezzi avviene quasi sempre in Oriente; il secondo taglio definitivo viene solo in seguito affidato agli esperti, ma certamente meno economi, intagliatori europei.
I rubini di alta qualità raggiungono raramente misure sopra i tre carati, sono rari e molto cari. Il Sunrise Ruby, rubino birmano da 25.59 ct venduto da Sotheby’s alla cifra record di 30 milioni di dollari, ha registrato il primato per la pietra preziosa più cara al mondo che non sia un diamante.

Credenze sui rubini
Il rubino è stato leggendariamente pietra di cavalieri, imperatori e degli dei della mitologia.
Il lato Ovest del monte Meru, secondo la tradizione indù centro del mondo, era pavimentato di smeraldi e rubini. Un ponte di rubini dava l’accesso al paradiso dei rabbini: Il termine ebraico che designava il rubino, quarta gemma del Razionale, era nofech.
Il folklore islamico tramanda la leggenda di un rubino incastonato in oro, che aveva il potere di rendere invisibili, donava felicità in amore e proteggeva dalle calamità; i fedeli ritengono che la Kaaba, la pietra nera adorata dai Maomettiani come simbolo divino, fosse originariamente un rubino, annerito dai peccati degli uomini, nel giorno del giudizio universale.
La tradizione greca, che dedica la gemma ad Apollo, ci tramanda il mito di Eraclea: essa, in cambio delle cure prestate ad un uccellino ferito, ricevette un rubino, gettatole in seno dal piccolo animale guarito.
La religione cristiana ha eretto il rubino a simbolo della carità, della vittoria dello spirito, dell’uomo perfetto e designa le figure di Gesù, di San Giacomo Maggiore e di San Pietro, ma esiste anche una tradizione negativa, che lo considera simbolo di sfrenato desiderio di lode, avidità e ambizione.

Il rubino come amuleto
Il rubino riconcilia i litigi, protegge dai pericoli dell’acqua e dalle tempeste, dai nemici, dai veleni e dalla sventura, che predice cambiando colore e annerendosi in caso di morte. Montato in un anello, depura l’aria infetta, preserva dalle epidemie, fuga gli incubi. Dona successi nelle controversie e in guerra, preserva salute, gioia e fortuna in amore, bandisce gli spiriti maligni, accresce l’intelligenza, dona memoria ferrea e grande sete di conoscenza.

 

A cura di Dario Cominotti


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