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08.06.2020 - 08:000

Scienziati prolungano la durata della vita del 500 per cento

Allungata con modificazioni genetiche la vita di un verme. Lo studio potrebbe far luce sul processo di invecchiamento

NEW YORK - Un nuovo studio condotto dagli scienziati del MDI Biological Laboratory (USA), del Buck Institute for Aging Research (USA) e della Nanjing University (Cina), ha identificato i percorsi cellulari verso la longevità che hanno aumentato di cinque volte l’aspettativa di vita di un particolare tipo di verme. I ricercatori sperano che questa scoperta sia in grado di fare luce sul processo di invecchiamento umano.
La specie che è stata oggetto di studio è un nematode di nome Caenorhabditis elegans, un verme comunemente usato come modello nel campo della ricerca in materia di invecchiamento perché condivide vari geni e percorsi metabolici con gli esseri umani. Inoltre, la sua aspettativa di vita di sole 3-4 settimane rende più facile per i ricercatori l’accesso agli effetti degli interventi genetici e ambientali sulla longevità.
La ricerca in questione è stata pubblicata su Cell Reports e ha riguardato modifiche su geni che erano già stati obiettivo di precedenti analisi. Nello specifico, gli scienziati hanno ingegnerizzato geneticamente le vie di segnalazione dell’insulina (IIS) e il bersaglio della via rapamicina (TOR), oltre ad altre funzioni mitocondriali. Altri ricercatori, in passato, avevano scoperto che le vie alterate dell’insulina portano ad un aumento del 100% della durata di conservazione e la proteina TOR ad un aumento del 30%. Pertanto, gli scienziati si aspettavano che il verme C. elegans vivesse il 130% in più, invece sono rimasti sbalorditi dallo scoprire che l’aumento della durata della vita è stato di circa il 500% in più.
«L’effetto non è uno più uno uguale a due, è uno più uno uguale a cinque. I nostri risultati dimostrano che nulla in natura esiste nel vuoto; per sviluppare i trattamenti anti-invecchiamento più efficaci, dobbiamo guardare alle reti di longevità piuttosto che ai percorsi individuali», ha dichiarato Jarod A. Rollins del MDI. Questi risultati, quindi, mostrano che l’invecchiamento non è semplicemente il risultato di un singolo gene o percorso che agisce da solo, ma piuttosto una confluenza di reti che lavorano tutte insieme.
Per capire l’importanza di tale studio basti considerare il fatto che, se si dovesse fare un raffronto con l’uomo, l’aumento della durata della vita del nematode equivarrebbe ad un aumento della vita umana di circa 400 o 500 anni. Ovviamente, siamo molto lontani da un’eventuale applicazione sugli esseri umani data l’estrema complessità del nostro corpo e del nostro profilo genetico nei confronti di quella di un nematode.
Tuttavia, la scoperta di questa interazione sinergica potrebbe spiegare perché gli scienziati non sono mai stati in grado di identificare un singolo gene responsabile della longevità, nemmeno studiando popolazioni che vivono a lungo senza malattie legate all’invecchiamento. Inoltre, lo studio può portare allo sviluppo di terapie anti-invecchiamento combinate più efficaci, ciascuna delle quali capace di colpire un diverso percorso cellulare, proprio come oggi esistono alcuni trattamenti contro il cancro e l’HIV. Ad ogni modo, i ricercatori ora intendono capire di più sull’effettivo ruolo dei mitocondri dell’invecchiamento per comprendere se eventuali manipolazioni genetiche possano avere un effetto simile anche sugli esseri umani.


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Ultimo aggiornamento: 2020-07-10 03:06:10 | 91.208.130.89