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04.05.2020 - 09:550

Le aziende ticinesi di fronte alla pandemia

Esploriamo i diversi modi in cui i nostri imprenditori stanno (o non stanno) rispondendo alla crisi

La pandemia di Covid-19 ha impattato sulle nostre società ai più diversi livelli e a un grado tale di coinvolgimento che possiamo in un certo senso e a pieno diritto considerarla uno stress test di sistema. Ci sarà modo e tempo, ad esempio, per analisi approfondite sulle risposte individuali al lockdown, sulle risposte del sistema sanitario nel suo complesso, sulle risposte e le efficienze o inefficienze delle catene decisionali. Qui tuttavia interessa stringere l’obiettivo sul tessuto economico e produttivo del nostro cantone e incominciare a osservare come la crisi abbia messo in evidenza i diversi profili tipo dei nostri imprenditori. Ne parliamo con il direttore dello Swiss Institute for Disruptive Innovation, istituto che in questo periodo si è distinto per le iniziative a contrasto dell’epidemia e che avevamo intervistato poco prima della crisi per un’analisi in merito alle caratteristiche e alle prospettive di crescita delle aziende ticinesi.

Sig. Veragouth, ci eravamo lasciati discutendo di innovazione e di sviluppo economico ed è arrivato un cataclisma che rischia di farci fare un bel salto indietro: come stanno reagendo le imprese ticinesi?

«Be’ incominciamo con la premessa che si tratta di una situazione davvero difficile e complicata, e non sarò certo io a giudicare chi in questo momento si sta rimboccando le maniche per ripartire o per cercare di sopravvivere. Dopo una prima e comprensibile fase di smarrimento, che è stato lo smarrimento di tutti, ho visto sostanzialmente tre reazioni diverse.

La prima reazione è certamente la più diffusa, purtroppo. È la reazione dell’imprenditore che si è arroccato su se stesso, che ha ridotto al minimo l’attività e che non vuole o non è in grado di valutare altre opzioni se non quella di attendere, nella speranza che la tempesta passi al più presto. In questo gruppo osserviamo poi due differenti atteggiamenti: c’è il fatalista più o meno rassegnato e c’è l’imprenditore che reagisce cercando un colpevole: la politica, le istituzioni e così via. In entrambi i casi ci si aspetta comunque che il problema venga risolto dagli altri.
Poi, ma sono veramente pochi, ci sono gli imprenditori che stanno in qualche modo reagendo, consapevoli che la pandemia produrrà strascichi a diversi livelli e che sia meglio non aspettare passivamente. In questa categoria troviamo quelli che stanno effettivamente implementando una strategia di rilancio che tiene conto dei mutamenti in atto e quelli che invece stanno cercando di trasformare questo momento difficile in un’opportunità. Lodevole dal punto di vista imprenditoriale, meno da quello etico e morale.
Il terzo gruppo è formato da quelli che io considero gli imprenditori illuminati, ma che purtroppo però posso contare sulle dita di una mano. Sono quegli imprenditori che, grazie o a causa di quanto sta accadendo, oltre ad essere perfettamente consapevoli della situazione, hanno saputo rimodulare la propria scala di valori in base al nuovo contesto, un contesto dove è fondamentale che ognuno cerchi di dare il proprio contributo sapendo che è venuto il momento di superare la semplice logica del profitto».

Ci può fare un esempio?

«Sì, un caso esemplare in questo senso posso raccontarlo, perché ne sono rimasto molto colpito. A metà febbraio mi contatta il proprietario dell’Hotel Belvedere di Locarno in relazione a un’intervista che aveva letto a proposito di quello che il SIDI stava facendo nel contesto della pandemia. Così, com’è normale che sia, comincio a snocciolare tutti i vantaggi nel diventare partner del SIDI. Lui mi interrompe quasi subito con un perentorio “non m’interessa”, che mi lascia un po’ sconcertato e fra me e me penso “ma allora cosa mi chiami a fare?”. Il mio smarrimento però dura un attimo solo: “Non m’interessa sapere quali saranno i vantaggi per la mia società – dice – m’interessa capire come posso contribuire economicamente a quello che state facendo”. Devo dire che ci sono rimasto letteralmente di stucco. Riprendo, un po’ disorientato: “Mi scusi, sa, ma sono abituato a un altro tipo di considerazioni…”. Lui, di nuovo, taglia corto: “Lo sa quanti soldi sto perdendo per aver deciso di mettere a disposizione il mio albergo agli infermieri invece di approfittare della situazione e finire di ristrutturarlo? Signor Veragouth, questo non è il tempo dei profitti, è il momento in cui ognuno deve cercare di fare la propria parte in questo mondo”. Tre giorni dopo stampavo e incorniciavo l’email che accompagnava la contabile di un bonifico di importo doppio rispetto a quanto avevamo discusso.
L’email diceva semplicemente: “Sig. Veragouth, ne ho parlato con mia moglie e mia figlia e abbiamo deciso di fare uno sforzo in più”.
Ecco, questo è il migliore esempio che oggi posso portare. Quello di un imprenditore illuminato che nei momenti critici decide di anteporre l’interesse comune al proprio».


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