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19.07.2019 - 11:360

Il vero visionario è chi mette al centro l’uomo

Quattro chiacchiere con Alessandro Giotto di Omnibus, sponsor del Visionary Day: le nuove tecnologie sono fondamentali, a patto che restino al servizio delle persone

 

Il ginnasio che sembra aprire differenti prospettive; poi un apprendistato in elettronica che spariglia le carte. La scelta dell’Università in quel settore, ma a Bienne per imparare il francese. Sei mesi a San Diego per l’inglese. Di nuovo a Bienne, nel 1991, per lavorare e al contempo perfezionare le lingue nazionali, «indispensabili se vuoi investire su te stesso». Il rientro in Ticino, nel 1996, come quadro in una ditta di domotica. Oggi Alessandro Giotto ha una azienda sua, la OmniBus Engineering di Taverne fondata nel 2001. Progetta e realizza sistemi intelligenti per la gestione degli edifici e il controllo degli accessi, con un team di 12 persone complessive che, una volta con lui, non l’hanno più lasciato. «Il turnover è pari a zero - racconta - Chi è con me, è con me da ormai quasi vent’anni. Sarà che ho sempre messo al centro le persone. È stata la mia carta vincente. Mi ha permesso di circondarmi di buon personale, affidabile, che sa parlare con il cliente». Domotica, termine inflazionato. «Vero. Ma pochi sanno gestire progetti complessi. Ora ci stiamo orientando sulla telemedicina. Una domotica finalizzata all’aiuto anziani, che geolocalizza con discrezione e profila le abitudini degli individui. Si può monitorare anche senza telecamere. Per esempio, se una persona è abituata a svegliarsi sempre alle 8 e un giorno il sistema riscontra che alle 10 è ancora in camera da letto, potrebbe esserci qualcosa che non va. Altro ambito verso cui ci si sta orientando è l’efficienza energetica».

Signor Giotto, lei si sente un visionario?
«Visionario è una parola grossa. Ho una mia sensibilità, il mio lavoro invita a precorrere i tempi. Ma non mi reputo un visionario».

Chi è il visionario, oggi?
«Visionario è chi ha un’intuizione. Chi ha fondato Microsoft, Facebook. Chi ha avuto anche fortuna, ma certo è sto capace di inventare qualcosa, intuendone con largo anticipo le potenzialità. Oggi è sempre più difficile essere un visionario. Tutto è diventato più veloce. Basti pensare che un business plan in passato si predisponeva sull’arco di cinque anni. Oggi sono tre».

A che cosa serve una visione?
«In un contesto limitato, ad anticipare la concorrenza. Una visione preannuncia le tendenze».

Lei che cosa “vede”?
«Vedo che la gente invecchia. Dobbiamo investire nel settore medicale. In questo campo, le nuove tecnologie possono giocare un ruolo fondamentale».

Quale?
«Nel settore dell’elettronica e dell’informatica sono molto importanti. La rapidità dell’evoluzione è enorme. Non bastano le idee, è necessario aggiornare costantemente gli strumenti per svilupparle. A patto che siano al servizio dell’uomo».

L’uomo non rischia invece di passare in secondo piano?
«L’uomo e il suo bene devono essere il fine. Faccio un esempio. Per assicurarci che i nostri genitori stiano bene, facciamo loro una telefonata tutte le mattine. Ma non è sufficiente. Possiamo però “controllarli” costantemente grazie alla domotica, senza essere invasivi. A che ora aprono le tapparelle, accendono le luci, si alzano dal letto: attraverso un sistema di geolocalizzazione che metta a confronto le abitudini quotidiane con quello che sta accadendo in quel momento, si riscontrano eventuali anomalie di comportamento e dunque possibili disagi. Si tratta del progetto OmniProfiler. Ebbene, l’abbiamo testato sui nostri genitori. Il risultato è stato che non si preoccupavano più. Si sentivano sicuri, protetti. Avevano tratto giovamento anche a livello psicologico. Questo tipo di tecnologia, utile a migliorare la qualità della vita, è un bene».

C’è una tecnologia di cui dobbiamo invece avere paura?
«Se la tecnologia riguarda i social ed è fine a se stessa, mi viene quasi da dire che si stava meglio prima. Siamo diventati schiavi. Nei sistemi di controllo accessi, si sono fatti strada i badge virtuali caricati sul telefonino: questo perché è più facile che dimentichiamo a casa una tessera che lo smartphone. Non possiamo più farne a meno. Andiamo al ristorante e fotografiamo il piatto che ci hanno appena servito, per condividerlo. Mi chiedo: condividere cosa? Questa non è utilità. È vanità. La trovo futile. Anche se l’invenzione è a suo modo geniale».

Non è una contraddizione?
«Siamo noi a utilizzare il telefonino nel modo sbagliato. O nel modo in cui qualcuno desidera che venga utilizzato. Dietro a tutto ciò, c’è un lavoro impressionante di raccolta dati e statistiche, per comprendere le abitudini degli utenti. È una fonte inesauribile e gratuita di informazioni e tendenze da utilizzare. Chi ha sviluppato questo ha avuto fiuto e talento».

Visionary Day: perché crederci? Che cosa può portarci?
«È una giornata di visioni. Si parlerà di futuro. Ben venga tutto ciò che può renderci attenti, raccontarci il progresso e ciò che sarà».

Quale sarà il contributo di OmniBus?
«Parteciperemo con un sistema di geofencing, una tecnologia di geolocalizzazione interna utile a tracciare gli spostamenti di persone o cose. Molto vantaggiosa. Oggi, per esempio, gli ospedali hanno grossi problemi nel tracciare gli strumenti. Un medico ne prende uno, lo sposta altrove, poco dopo un altro medico ne ha bisogno, non lo trova nel posto in cui dovrebbe essere. Per cercarlo si perde del tempo che magari è vitale per il paziente».

Ci dia un motivo convincente per partecipare al Visionary Day.
«Perché è una novità in Ticino, bisogna andare a conoscerla. Il nostro limite, da sempre, è che siamo molto provinciali, chiusi. Ben venga ciò che è nuovo: andiamo a vedere, ad ascoltare. Uscire dalla routine può farci solo bene».

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