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ated ICT Ticino
30.03.2019 - 08:560

«Papà, perché giochi tutto il giorno col computer?»

Ritorna a Lugano l’evento nato per rispondere a una domanda irriverente. Dopo sei anni, Devoxx4kids è una scommessa vinta

Accadde tutto per via della domanda innocente di un bambino. È irriverente anche, come può essere quando hai 4-5 anni e non ancora il senso del pudore. Ma questa è storia mezza nota. Federico Yankelevich non ha mai fatto mistero di quel giorno in cui suo figlio chiese, a tradimento, perché mai suo zio lavorasse in un cantiere e il suo papà, invece, giocasse tutto il giorno col computer.

Fu così che nacque l’idea di Devoxx4kids, ormai alla sua sesta e felice edizione. Nulla di veramente innovativo, mai sentito: il format in verità fu un prestito dalle città d’Europa, dove giornate della tecnologia a misura di ragazzino, in cui “toccare con mano” presente e futuro attraverso laboratori dedicati, già erano realtà da un paio d’anni e cominciavano a far eco.

Federico, 36 anni allora, architetto del software di professione, decise di provare a portarlo qui. E a dirgli come fu un’altra volta il caso - o forse la fortuna. «Sul pullman per andare a Google Zurigo incontrai Cristina Giotto di ated, iniziammo a chiacchierare. Anche lei desiderava fare qualcosa di più per i bambini. Sembra banale, ma l’unione davvero fa la forza, soprattutto in una zona periferica come il Ticino».

Et voilà: pochi mesi e ci si preparò al debutto. Era il 17 maggio 2014, si registrarono «una quarantina di partecipanti, arrivati solo con il passaparola». Per il prossimo 6 aprile, di nuovo alla Supsi di Manno come quella prima volta, le iscrizioni sono ancora aperte (https://www.ated.ch/devoxx4kids_2019.jsp) ma ci si aspetta di superare il centinaio di adesioni. Maschi, ma anche tante femmine, ad abbattere il pregiudizio di genere che meno preoccupa il mondo digitale.

Quadruplicato addirittura invece il numero di adulti volontari che si occupano dell’organizzazione, chi dietro le quinte chi davanti, a fare appelli, richiamare all’ordine, servire il pranzo o gestire workshop. Tre all’inizio, Scratch, Arduino e Lego Mindstorms; sette oggi, fra punti fermi e novità per mantenere sempre viva l’attenzione. «Quest’anno proveremo a programmare i droni, non solo a utilizzarli».

Una giornata full immersion totalmente gratuita per chi ha fra gli 10 e i 15 anni, dalle 8.30 alle 17.15, senza pretese esaustive se non quella di «fare un volo sopra l’informatica». Eppure c’è chi torna anche l’anno dopo, attratto ora dagli special guest, ora dalle opportunità di recente introdotte oppure, semplicemente, dal desiderio di provare ciò cui l’anno prima ha dovuto rinunciare. «Fino alla scorsa edizione si poteva partecipare a un massimo di tre workshop». Stavolta si cambia. «Sono stati accorciati, dureranno un’ora invece di una e mezza, e se ne potranno fare cinque». Quando si ha sete di sapere, niente è mai abbastanza; il rischio è il sovraccarico di informazioni. «Vedremo».

Se gli chiedi se si aspettava di arrivare fino a qui, Federico risponde certo che no. «È cominciato come un gioco», ricorda utilizzando la parola che fu di suo figlio. Difficile andare avanti? «Chi non era genitore ha mollato presto - ride - Avere a che fare per tutta la giornata con l’eccitazione dei ragazzi, doverli gestire all’interno di una sala universitaria dove comunque devono rispettare tempi e qualche regola, può essere davvero faticoso». L’anno prossimo non se ne riparla? «Lo diciamo ogni volta, quando arriva sera. Ma l’anno dopo siamo di nuovo qui».

Scommessa vinta, in fondo. Perché alla fine una scommessa era, in un Ticino sospettoso per natura. «Fra la gente c’era il giusto dubbio. Ci hanno fatto lo screening: le istituzioni, l’università… Se non 

abbiamo dovuto superare grossi ostacoli od ostruzionismi lo dobbiamo ad Ated, che ci ha fatto guadagnare in fretta credibilità, e a tutte le numerose attività organizzate per i ragazzi e le ragazze. In Ticino la fiducia non viene data subito: te la devi guadagnare».

Tanto più quella di un genitore, che non è nativo digitale e non sempre ha dimestichezza con i temi. «Ci chiedevano “Che cosa fate, giocate tutto il giorno con i videogame?”. Così abbiamo organizzato delle sessioni per spiegare cosa succedeva a Devoxx4kids. L’importante è parlarne in maniera trasparente. Alla fine sono venuti a farci i complimenti, perché avevamo chiarito le idee ai figli. Qualcuno aveva capito che cosa fare dopo le medie. Qualcuno che cosa non fare. Davanti a tali ringraziamenti, ci siamo resi veramente conto del valore di questo evento».

Che dunque aspira ad avere ancora vita lunga, mentre nel frattempo cresce anche nel resto del mondo e ha raggiunto altri 24 Paesi. Certo, «non basta un evento estemporaneo. Non sarebbe possibile ottenere risultati se non ci fosse dietro un grande lavoro tutto l’anno, grazie a ated4Kids, CoderDojo e ai 100 % mentor che lavorano solo per passione, senza ricevere compensi.

Progetti per il futuro? Tanti, ma è un segreto. Stiamo pensando di collaborare anche con associazioni che non hanno nulla a che vedere con noi, così da unire interessi diversi e generare uno scambio. Per capire magari che anche fra letteratura e informatica, per esempio, ci può essere un dialogo».

Articolo curato da Sara Bracchetti

 

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