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ATED
16.02.2019 - 10:320

Le belle storie non dimenticano

La tecnologia è una bellissima questione ingegneristica, ma per quanto smart, tech e trendy possa essere, non basta il contenitore, ci vogliono una componente umana e un contenuto di qualità

 

"Le belle storie non si dimenticano" o "una storia tira l'altra" sono gli slogan di una delle più esperte aziende di storytelling e narrazione d'impresa, la Story Factory di Milano. Andrea Fontana, CEO dell'azienda, docente all’Università di Pavia, è attivo in questo settore da più di vent'anni e mette in luce quanto la capacità di raccontare storie sia cruciale nell'era 3.0: «La tecnologia presa di per se stessa è una bellissima questione ingegneristica, che fa eccitare i nerd, ma poi dentro che cosa ci metto?».

Come per gli altri settori vale la stessa lezione: per quanto smart, tech e trendy possa essere, non basta il contenitore, ci vogliono una componente umana e un contenuto di qualità, originale, ben strutturato e organizzato, E poi ancora durante il suo recente intervento al Tedx di Foggia Andrea Fontana spiega «sta cambiando la nostra percezione, la nostra relazione con la realtà. La sfida che abbiamo di fronte non è soltanto la digital, la social e la tech transformation ma è la human transformation».

Avrete capito, storyteller digitali non si diventa così per caso, ci vogliono specifiche competenze e per realizzare una narrazione d'impresa entrano in gioco diversi profili professionali. Il potenziale, come scrive Francesco Lettera su Medium, è enorme «lo storytelling costruisce ingranaggi narrativi seguendo i quali gli individui sono portati a identificarsi in certi modelli e conformarsi a determinati standard». E non è da ieri perché dell'importanza dello storytelling digitale, in questo caso in ambito museale, mi parlava già Peter Samis, all'epoca Associate curator of Interpretation al MOMA di San Francisco, nel lontano 2008.

Torniamo a noi: a Zurigo c'è la Impact Consulting con il suo motto “la tua storia fa la differenza” così come gli ingredienti che ci vogliono per costruire una narrazione credibile e d'impatto che arrivi al pubblico. Chi decide di utilizzare le storie nell'ambito della comunicazione e del marketing fa una scelta di campo, decide di mettere in primo piano valori come la fiducia e la trasparenza. Le storie funzionano soltanto se sono sincere e raccontano qualcosa dell'azienda, se creano emozioni, trasmettono un sentimento di vicinanza umana, forniscono risposte alle domande e alle esigenze delle persone. Soprattutto devono essere in grado di spiegare qual è il valore aggiunto dell'azienda che le racconta e perché fa la differenza.

La parola d'ordine per ogni storia che si racconti è engagement, coinvolgimento, aggiungerei appassionato, e in questo vanno forte i videogiochi e il settore della gamification che promette di essere la nuova frontiera del rapporto cliente-azienda. Per dirla con le parole di Fabio Viola, guru del settore, «la gamification è una modalità di design utilizzata per generare coinvolgimento attraverso una meccanica e una componente grafica di origine videoludica».

In realtà molte aziende già utilizzano le dinamiche e le tecniche proprie del gioco, anzi dei videogiochi e non solo nel contesto del marketing ma anche all'interno del team aziendale. Immaginate ad esempio di giocare con un videogioco dove vi viene chiesto di gestire una compagnia aerea e più livelli conquistate più bonus avrete di cui usufruire quando volerete con quella compagnia. Gamification è un termine recente e a tracciarne il suo destino fu Jesse Schell, professore alla Carnegie Mellon University, autore del libro The Art of Game Design, game designer e fondatore di Schell games. Nel 2010 disegnò un futuro apocalittico nel quale il gaming si sarebbe spinto oltre i tradizionali confini di una consolle per entrare in ogni sfera della vita umana: «Ciascuno di noi diventerà parte di un grande gioco in cui le azioni vengono tracciate e premiate con bous speciali».

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