Keystone
SPAGNA
22.12.2017 - 10:580

Catalogna: gli indipendentisti pronti. Incriminato il 12% del nuovo Parlament 

Le tre liste indipendentiste hanno riconquistato ieri una maggioranza assoluta di 70 seggi su 135 nel Parlamento di Barcellona. Indagati per 'ribellione' Mas, Rovira e Pas

BARCELLONA - Le due grandi liste indipendentiste catalane sono pronte a formare un nuovo governo, hanno indicato oggi i portavoce di JxCat Elsa Artadi e di Erc Sergi Sabria.

Le tre liste indipendentiste hanno riconquistato ieri una maggioranza assoluta di 70 seggi su 135 nel Parlamento di Barcellona. Artadi ha detto che Carles Puigdemont "deve tornare il prima possibile ed essere eletto presidente".

Indagati per 'ribellione' Mas, Rovira e Pas - Il Tribunale Supremo spagnolo ha dichiarato indagati per presunta ribellione altri dirigenti catalani fra cui l'ex-presidente Artur Mas e le dirigenti di Erc Marta Rovira, PdeCat Marta Pascal e Cup Anna Gabriel.

Per lo stesso presunto reato sono già incriminati il president Carles Puigdemont, i membri del suo Govern e la presidente del Parlament Carme Forcadell.

Rischiano 30 ani di carcere per avere portato avanti il progetto politico dell'indipendenza.

Incriminato il 12% del nuovo Parlament - Il 12,6% dei membri del nuovo parlamento catalano (17 deputati su 135) è incriminato dalla giustizia spagnola, tre neo-onorevoli sono in carcere e tre in esilio inseguiti da mandato di arresto.

Tutti sono accusati di 'ribellione' per avere portato avanti pacificamente il progetto politico dell'indipendenza e rischiano 30 anni di carcere. Il più autorevole candidato alla presidenza catalana Carles Puigdemont è 'in esilio' in Belgio, il probabile vicepresidente Oriol Junquerqas è in carcere a Madrid.

Puigdemont pronto a vedere Rajoy, ma non in Spagna - «Vorrei che la Spagna non prendesse più decisioni al posto nostro. È giunto il momento di fare politica vera, la formula di Mariano Rajoy ha fallito e ha dimostrato che i catalani sono coesi». Lo ha detto Carles Puigdemont in conferenza stampa a Bruxelles, aggiungendo: «Sono disposto a incontrarlo ma non in Spagna», per iniziare un nuovo percorso, ma «senza persecuzioni legali. La situazione è paradossale e ridicola».

«Il futuro della politica in uno Stato democratico lo decidono sempre gli elettori. Non si possono avere soluzioni se non con il rispetto delle urne». Così il leader indipendentista, che ha ripetuto: «la ricetta di Rajoy ha fallito», il popolo ha fatto la scelta indipendentista.

«Il prossimo passo è quello di parlare con Mariano Rajoy, dobbiamo trovare nuovi modi. Ho sempre parlato di dialogo. L'unilateralità stava dall'altra parte. Nonostante tutti i tentativi dello Stato spagnolo, noi siamo più forti», ha spiegato Puigdemont.

Dopo il risultato elettorale di ieri in Catalogna, Puigdemont si dice convinto «di essere più vicino all'indipendenza».

«Non chiedo alla Commissione europea di cambiare idea, chiedo però di ascoltarci, di ascoltare i cittadini che si sono espressi in massa» in Catalogna. «Ascolti il governo spagnolo, ma anche noi abbiamo il diritto di essere ascoltati». Così ancora Puigdemont nel corso della sua conferenza stampa a Bruxelles.

«Abbiamo diritto alle nostre istituzioni, negli ultimi anni ci siamo sempre assunti le nostre responsabilità: l'articolo 155 della Costituzione non garantisce un Paese migliore, è solo una minaccia. Va recuperata questa ingiustizia», ha continuato Puigdemont.

«È stata una campagna molto dura, l'ho dovuta fare via Skype. Dovremmo riflettere sul fatto che le cose non possono continuare così, bisogna trovare un'altra formula, ci stiamo provando tutti ma non la Spagna: non possiamo perdere altro tempo», ha aggiunto.

«Tornerò in Catalogna se ci sono garanzie del rispetto della democrazia. Il governo spagnolo riconoscerà il risultato delle elezioni, che abbiamo vinto nonostante siano state condotte in modo atroce? Se rispetta la democrazia, torno domani stesso», ha sottolineato Puigdemont.

«Se ci sono le garanzie, non avrei alcun problema ad incontrare Rajoy anche alla Moncloa». ha aggiunto il presidente destituito, che punta ad essere riconosciuto come interlocutore politico.

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