Il piccolo quando era ancora in vita
REGNO UNITO
08.03.2018 - 17:080

Staccata la spina: è morto il piccolo Isaiah

Il bambino era vittima di un danno cerebrale. I genitori si battevano per tenerlo in vita

LONDRA - Un epilogo scontato, forse inevitabile, ma destinato a lasciare di nuovo ferite aperte. È morto, poche ore dopo essere stato sganciato dalle macchine che gli permettevano di respirare, il piccolo Isaiah Haastrup, un anno, finito al centro di una delle battaglie legali ormai ricorrenti in Gran Bretagna fra medici e genitori sul 'diritto a staccare la spina'.

Isaiah si è spento ieri sera, dopo l'interruzione dell'assistenza dei macchinari nel King's College Hospital di Londra, ma l'annuncio straziato è stato dato oggi dalla mamma e dal papà, Takesha Thomas e Lanre Haastrup, entrambi 36enni ed entrambi di origine afroeuropea. «Sono tanto orgoglioso del mio coraggioso bambino», è riuscito a dire Lanre. Mentre la direzione ospedaliera ha diffuso un comunicato, in verità piuttosto formale, in cui ha rivendicato di aver garantito al piccolo «il miglior trattamento» possibile, per poi riconoscere «i momenti estremamente difficili vissuti dalla famiglia di Isaiah come anche da tutti coloro che se ne sono presi cura fin dalla nascita». Così, sullo stesso piano.

Il bambino era rimasto vittima di un «catastrofico danno cerebrale» alla nascita, per mancanza d'ossigeno. E da allora non si era più ripreso, pur mantenendo quel barlume di coscienza a cui sino in fondo si sono aggrappate le speranze dei genitori: mai convinti dal verdetto dei medici che già un paio di mesi fa avevano decretato l'addio a ogni aspettativa di miglioramento. Di qui il contrasto e il ricorso ai giudici: come nel caso di Charlie Gard, il cui destino ha profondamente diviso l'opinione pubblica britannica e internazionale; o come in quello di Alfie Evans, ancora in attesa di un epilogo, ma già segnato dal 'no' alla richiesta dei genitori ventenni di trasferirlo al Bambino Gesù di Roma per tentare un trattamento della grave patologia neurologica (non pienamente diagnosticata) che lo ha colpito. Casi conclusisi tutti con il via libera a staccare la spina in nome di quello che ospedali e tribunali valutano - seppure dolorosamente - come «il miglior interesse» dei piccoli pazienti.

Nella vicenda di Isaiah a pronunciarsi in questo senso era stato a fine gennaio - senza esitazioni e sulla base dei precedenti - un giudice dell'Alta corte di Londra. Poi c'è stato il ricorso in extremis degli Haastrup alla Corte europea di Strasburgo per i diritti umani, che questa settimana si è però chiamata fuori: l'appello per ottenere almeno il proseguimento di «terapie palliative» è stato giudicato «inammissibile», esattamente come per Charlie. Fino alla parola fine di ieri sera, che tuttavia non spegne ogni polemica. Sul fronte politico, non mancano commenti neppure dall'Italia: con Giorgia Meloni che su Facebook scrive di una «sentenza eseguita» e promette di battersi «contro l'eutanasia» anche nel nome di Isaiah; o, ancora, con Gian Luigi Gigli, presidente del Movimento per la Vita, che parla di «una strage di bambini per decisione giudiziaria, lasciati morire senza alcuna pietà nonostante l'opposizione dei genitori», e chiede al Parlamento di correggere la legge sul biotestamento.

Ma il dibattito pubblico svanisce rispetto al dolore - irrimediabile ed estraneo agli scontri della politica - dei genitori. Un dolore che, prima di perdere la battaglia, mamma Takesha aveva racchiuso nel suo grido di fronte al tribunale: «Dire che il mio bambino sia in condizioni troppo gravi per aver diritto di vivere non è giusto. Non sta a voi deciderlo».
 
 

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